Al Riesame una memoria di sessanta pagine. La difesa chiede i domiciliari, mentre l’inchiesta imbocca la pista africana.
La confessione arriva davanti ai giudici
Valter Lavitola ammette di avere organizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma sostiene di aver agito per proteggerlo. È la versione affidata al tribunale del Riesame nel tentativo di lasciare Rebibbia e ottenere gli arresti domiciliari.
L’imprenditore porta con sé una memoria di sessanta pagine e annuncia nuove dichiarazioni spontanee. Il giudice ha già bollato il suo racconto come «fumoso» e «inverosimile». Ora i difensori cercano di colmare i vuoti indicati nell’ordinanza.
Un attentato per ottenere la scorta
Lavitola afferma di avere saputo dell’esistenza di minacce concrete contro Ranucci, che il giornalista avrebbe sottovalutato. Da qui sarebbe nata l’idea di simulare un attentato, mostrarne la vulnerabilità e costringere lo Stato a rafforzarne la protezione.
Il pubblico ministero Edoardo De Santis e i carabinieri seguono un’altra ipotesi. L’obiettivo sarebbe stato aumentare la popolarità dell’ex conduttore di Report e favorire un suo possibile ingresso in politica. Le contraddizioni della vicenda sono già confluite nella ricostruzione di Stylo24 sulla richiesta di scarcerazione.
I legali giocano la carta dei termini
La difesa esclude il pericolo di fuga. Lavitola era diretto in Africa quando apprese di essere indagato, ma avrebbe tenuto gli inquirenti costantemente informati sui propri spostamenti.
Gli avvocati sollevano anche un’eccezione formale. A loro giudizio, il termine per fissare l’udienza sarebbe scaduto e l’indagato dovrebbe tornare subito libero. La corsa verso i domiciliari si è però inceppata quando l’ex compagna ha ritirato la disponibilità a ospitarlo nella propria casa e a farlo lavorare nel ristorante che amministra.
Il presunto intermediario è in Camerun
Clesio Gomes Tavares, indicato come tramite tra Lavitola e il gruppo accusato di avere collocato l’ordigno, rimane latitante in Camerun. Sostiene di trovarsi lì per seguire un affare legato ai crediti di carbonio.
La storia giudiziaria, ripercorsa anche da RaiPlay nel dossier Ranucci-Lavitola, supera così i confini italiani. La Procura sta passando al setaccio attività e rapporti costruiti dall’imprenditore nel continente africano.
Le email portano in Zimbabwe
Prima del Camerun c’era lo Zimbabwe. Lavitola seguiva un progetto milionario per la compravendita di carbon credit attraverso concessioni territoriali. L’affare si bloccò dopo lo scontro con un socio locale.
Gli investigatori hanno acquisito uno scambio di email nel quale Ranucci anticipava a Lavitola il testo di un’intervista concessa al quotidiano The Standard. Il colloquio riguardava le presunte truffe denunciate da alcuni imprenditori italiani. La pista Zimbabwe e le mail legate all’intervista africana uniscono affari, contatti e possibili interessi.
L’autore dell’articolo, successivamente scomparso dal sito del giornale, sostiene che fu Lavitola a fornirgli il recapito di Ranucci. L’ex socio annuncia adesso una denuncia per diffamazione. La domanda di scarcerazione parte da Roma, ma la risposta più difficile continua a nascondersi in Africa.

















