Michele Zagaria, boss del clan dei Casalesi, al momento del suo arresto

di Giancarlo Tommasone

Dal cambio degli assegni provento di azioni illecite fino ad arrivare ad attività, in cui secondo i magistrati, il boss dei Casalesi, Michele Zagaria aveva delle vere e proprie partecipazioni. Sono alcuni degli aspetti della presunta «collaborazione» tra clan e imprenditori, che gli inquirenti hanno ricostruito anche grazie alle dichiarazioni rese negli anni dai collaboratori di giustizia.

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L’inchiesta è quella relativa ad Armando, Antonio
e Nicola Diana, rispettivamente zio e nipoti, arrestati
lo scorso 15 gennaio con l’accusa di concorso
esterno in associazione di stampo mafioso.

I rapporti tra la cosca capeggiata da Michele Zagaria e i citati imprenditori affonderebbe le radici nel tempo. Almeno alla fine degli anni Ottanta, come ha dichiarato, ad esempio il pentito Dario De Simone, deponendo nel corso dell’udienza del 17 gennaio 2001. Il collaboratore parla dell’acquisto di un terreno/capannone a Gricignano d’Aversa, ad asta fallimentare, presso il Tribunale di Bologna.
Spazio sul quale sarebbe stata poi impiantata e si sarebbe sviluppata – scrivono gli inquirenti nell’ordinanza – «l’attività imprenditoriale degli indagati».
Il «lotto» da acquistare avrebbe focalizzato però l’attenzione di un altro candidato acquirente, un ingegnere di Sant’Antimo ed è relativamente a questa circostanza che sarebbe entrato in gioco, proprio De Simone. «Mi ricordo bene che c’era una persona di Sant’Antimo – afferma il collaboratore di giustizia nel corso della sua deposizione -, un ingegnere di cui adesso mi sfugge il nome.
Io personalmente mi recai a Sant’Antimo a casa della famiglia Verde e parlai con uno dei fratelli, per capire chi era questa persona di Sant’Antimo che era stata invitata a questa asta del Tribunale di Bologna».

De Simone racconta che diede a uno dei fratelli Verde il nominativo dell’ingegnere e fu accompagnato a casa del professionista.
«Mi ricordo che lui abitava all’ultimo piano di un palazzo, in un attico. Bussammo, questa persona scese – dichiara il pentito – e ci parlammo proprio all’ingresso (dell’abitazione). Gli dicemmo di non interessarsi a quell’asta, perché chiaramente interessava a noi».
Di tale azione, come scritto, si era occupato direttamente Dario De Simone, «anche perché – dice – poi il giorno dopo con Diana Costantino (fratello di Armando e di Mario, ndr) mi sono recato a Bologna… quando siamo arrivati in tribunale abbiamo trovato un avvocato di Caserta, che era in compagnia del figlio di Diana Mario, fratello di Costantino».

Alla fine, l’asta se la aggiudicano i Diana,
secondo De Simone, per 650 milioni di lire.

«Dopodiché – continua il collaboratore di giustizia – su quella vecchia fabbrica, hanno impiantato un deposito per la Montefibre di Acerra». Il pm chiede a De Simone: si ricorda quando avvenne questo (riferendosi all’asta)? «Sul finire degli anni Ottanta, sicuramente prima del 1988», risponde il pentito.

Il pubblico ministero domanda pure:
che attività andò poi a svolgere il Diana?

«All’inizio, credo, lì ci fu impiantato un deposito per la Montefibre, un’industria di Acerra… poi chiaramente questa fabbrica è stata ampliata, è stata fatta una grande industria dove restò (per la gestione) solo il fratello Armando (Diana)», spiega De Simone, riferendosi al fatto che dopo l’asta le strade dei fratelli Armando e Costantino Diana si divisero a causa di divergenze. «Ci fu una discussione per l’eredità», racconta il collaboratore di giustizia.

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