Luigi de Magistris
Il sindaco ed ex pm, Luigi de Magistris

Lo scontro tra Favi e Murone e l’ex pm de Magistris

di Giancarlo Tommasone

Con il deposito delle motivazioni della sentenza, emessa all’inizio dello scorso settembre dalla Corte di Cassazione, si può dire che cali definitivamente il sipario sulla vicenda Why Not. Secondo quanto annotano gli ermellini, «nel caso della sentenza emessa dalla Corte di Appello di Salerno è ravvisabile una grave violazione dell’indicato principio di correlazione. E ciò perché, pur dovendo decidere solo in via incidentale sulla responsabilità penale in ragione delle doglianze formulate con la sola impugnazione dalla parte civile, la Corte di merito ha ritenuto di qualificare in termini di abuso di ufficio i fatti originariamente ascritti agli imputati in termini di corruzione in atti giudiziari».

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Le motivazioni
della sentenza
emessa
dalla Suprema Corte

La Suprema Corte ha assolto in maniera definitiva i magistrati Dolcino Favi e Salvatore Murone, l’avvocato ed ex senatore, Giancarlo Pittelli, l’ex deputato Giuseppe Galati e l’imprenditore Antonio Saladino, annullando senza rinvio la sentenza di secondo grado.

Catanzaro,
lo scontro
tra magistrati

I giudici di Appello di Salerno, pur avendo deciso per il non luogo a procedere (per intervenuta prescrizione) nei confronti degli imputati, avevano comunque confermato l’abuso d’ufficio contestato ai magistrati, che all’epoca erano in servizio a Catanzaro e che erano stati protagonisti dello scontro con l’ex pubblico ministero Luigi de Magistris, ora sindaco del capoluogo partenopeo. In effetti la Corte di Appello di Salerno aveva ritenuto illegittime sia l’avocazione che la revoca delle inchieste Why Not e Poseidone all’allora pm de Magistris.

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Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione, che come abbiamo visto, ha annullato, senza rinvio, la sentenza di secondo grado. In Appello, è possibile leggere nelle motivazioni della Cassazione, «pur in presenza della contestata adozione di provvedimenti giudiziari indicati nell’imputazione come “contrari ai doveri di ufficio”, dunque implicitamente illegittimi per violazione di norme di legge o per mancata osservanza dell’obbligo di astensione, ai magistrati imputati era stato formalmente addebitato di aver voluto con quei provvedimenti favorire alcuni specifici indagati nell’ambito di un “contesto corruttivo” che li aveva visti beneficiari di “denaro e altre utilità”; mentre in sentenza gli stessi sono stati riconosciuti autori di atti abusivi intenzionalmente compiuti per procurare a quegli indagati “un ingiusto vantaggio patrimoniale” ed “a cagionare al pm de Magistris un danno ingiusto” consistente nella “lesione della reputazione” di quel magistrato requirente, elementi oggettivi e soggettivi», «di cui non vi è assolutamente traccia descrittiva nei capi di imputazione per i quali era stata esercitata l’azione penale».

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In virtù di tale ragione, quella di aver disatteso il principio di correlazione tra accusa e sentenza, motivano gli ermellini, «la sentenza impugnata (quella di secondo grado, ndr) va, dunque, annullata definitivamente senza rinvio».  Nelle motivazioni, i giudici della Suprema Corte sottolineano pure che «va disattesa la richiesta, formulata dai difensori di Murone e Favi, di condanna della parte civile alla rifusione delle spese processuali sostenute da tali imputati in questo grado di giudizio di legittimità, in quanto, nel caso di specie, non è stata propriamente rigettata la domanda civile né sono stati assolti gli imputati. Va, invece, proposta al giudice di merito in fase esecutiva la questione relativa alla condanna della parte civile alla rifusione delle spese di costituzione e difesa sostenute dall’imputato Murone nel precedente grado di Appello».

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