giovedì, Settembre 29, 2022
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Voti, racket e clan, il super pentito: «Il sindaco era nostro, se non rispettava il patto saltava»

Le inedite dichiarazioni accusatorie di Tommaso Schisa, ex uomo di punta del clan Rinaldi di San Giovanni a Teduccio: «Ci aiutava anche con le estorsioni»

di Luigi Nicolosi

«Siamo stati noi a fare salire Antonio Carpino, che era l’avvocato di mio suocero. In cambio del nostro sostegno promise che ci avrebbe dato una cooperativa di detenuti e anche la gestione delle pulizie». Parola del super pentito Tommaso Schisa, ex uomo di punta del clan Rinaldi e oggi principale accusatore del primo cittadino di Marigliano, destinatario stamattina di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per voto di scambio.

Le rivelazioni dell’ex ras di San Giovanni a Teduccio e in seguito del rione Pontecitra rappresentano uno dei principali perni dell’ultima inchiesta della Dda di Napoli sui rapporti tra camorra e politica. Proprio Schisa, infatti, sottoposto a interrogatorio il 30 gennaio scorso, ha descritto la natura dei presunti rapporti che l’allora candidato sindaco avrebbe intrattenuto con i massimi vertici della cosca vesuviana: «Carpino – ha affermato il collaboratore di giustizia – l’abbiamo fatto salire noi. Antonio Carpino era l’avvocato di mio suocero (il boss Luigi Esposito “’o sciamarro”, ndr). Si era candidato alle elezioni amministrative e chiese aiuto a mio suocero. In cambio del nostro sostegno promise che ci avrebbe dato una cooperativa per ex detenuti e anche la gestione delle pulizie».

Ricostruito il contesto e la natura dell’accordo, Tommaso Schisa è dunque entrato nel merito della vicenda ricostruendo la modalità esecutiva della raccolta di voti. Con la doverosa premessa che tutti i soggetti citati vanno ritenuti innocenti almeno fino a prova contraria, ecco dunque quanto sostenuto dal neo pentito: «Noi compravamo il voto delle persone di Pontecitra. Anche tutti gli altri candidati venne da noi per comprare il voto degli abitanti di Pontecitra, l’unica a non venire fu la candidata Iovine. Noi prendevamo i loro soldi ma utilizzavamo quel denaro per comprare i voti in favore di Carpino. Sono informato dell’accaduto perché all’epoca ero detenuto ma usufruivo di permessi premio di sette-dieci giorni». Nel merito dell’episodio specifico, Schisa ha quindi spiegato: «Fu Carpino ad avvicinare mio suocero chiedendogli di aiutarlo per essere eletto sindaco. Quando ero in permesso premio ho avuto rapporti diretti con Carpino per accordarci sulle votazioni e sul passaggio successivo, la gestione che avremmo avuto delle cooperative. Mio suocero si occupò di procacciare i voti. Ricordo che si mise anche personalmente ad accompagnare le persone a votare con la macchina».

La posta in ballo era altissima e, stando sempre a quanto riferito dal pentito, l’impegno del clan nella campagna elettorale fu massimo: «Dopo che Carpino fu eletto, aiutò mio suocero nelle estorsioni. Infatti mio suocero si occupava di estorsioni e quando andava sui cantieri per chiederle poteva capitare che l’imprenditore si rivolgesse a Carpino chiedendogli di intervenire su mio suocero. Tutti a Marigliano, anche le formiche, sanno che Carpino è “nostro”. Non so se Carpino è bravo come avvocato, ma sicuramente se è diventato sindaco è perché è stato il nostro gruppo a decidere che lui lo diventasse». In un passaggio successivo Tommaso Schisa fornisce quindi un esempio pratico ed esplicativo: «Mio suocero vedeva per strada un lavoro e domandava a Carpino; allora Carpino si prendeva dei giorni per informarsi e poi diceva se si poteva fare oppure di stare attenti perché l’imprenditore era dell’antiracket. Lui con noi aveva un patto preciso, se non l’avesse rispettato l’avremmo fatto saltare per aria».

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