Emanuele Sibillo, il baby-boss ucciso a luglio del 2015

I propositi di vendetta del collaboratore di giustizia nei confronti del baby-boss di Forcella: sparò a un ragazzo che mi sono cresciuto

di Giancarlo Tommasone

Sangue chiama sangue nel ventre molle di Napoli, in quell’abisso di basalto, tufo e zolfo. In quella dimensione di case che si tengono l’una aggrappata all’altra, e di vicoli così stretti in cui, certe volte, è difficile far passare perfino i pensieri. Nelle strade del centro storico, della Sanità, di Forcella, da anni si combatte una guerra che vede schierate bande di ragazzini, sbandati che si ritrovano sotto questa o quella insegna del male. Gruppi del pulviscolo criminale, catalogati come camorristici, ma che con la malavita organizzata (propriamente e strutturalmente intesa) hanno in comune solo la ferinità e la passione per armi, denaro e morte.

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In quella dimensione è nato, cresciuto e si è sviluppato il progetto di Emanuele Sibillo, capo dell’omonima fazione malavitosa, ucciso poco prima di compiere 20 anni, perché queste sono le regole dell’empio gioco, a cui aveva deciso di partecipare. E’ il 2 luglio del 2015 quando trova la morte Sibillo, viene centrato da un unico proiettile al fianco. Dove? In Via Oronzio Costa a Forcella, mentre ingaggia una sparatoria con una famiglia di pusher; i Buonerba si sono rifiutati di sottostare al pagamento di una estorsione, viatico necessario per smerciare stupefacente nella piazza sotto casa.

La sparatoria
in Via Oronzio Costa

Da allora sono diventati obiettivo fisso delle scorrerie della «paranza dei bambini» (come il magistrato che tra i primi si occupò del fenomeno criminale, ribattezzò il clan Sibillo, ndr); e durante una di quelle sortite a cui partecipa anche Emanuele Sibillo, da latitante, ecco che il gioco che ha deciso di giocare, gli presenta il conto. Il baby-boss originario di San Biagio dei Librai, oltre ai Buonerba, aveva tanti «rivali» che avrebbero voluto vendicarsi contro di lui. Tra questi c’è per esempio, Salvatore Marfé, ex clan Ferraiuolo, poi passato nelle fila dei Mauro, famiglia malavitosa attiva nella zona della Sanità.

Il verbale con le dichiarazioni
del collaboratore di giustizia

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono allegate agli atti dell’ultima inchiesta sul clan Sibillo (quella che alla fine di aprile ha portato all’esecuzione di una ventina di misure cautelari). E allora secondo l’adagio che sangue chiama sangue, Marfé (pentitosi alcuni mesi dopo la morte di Sibillo), durante uno degli interrogatori a cui si sottopone, fa mettere a verbale: «Voglio anche dire che avrei voluto uccidere Emanuele Sibillo, e sono stato contento che sia stato ucciso, perché lui ha sparato ad un giovane che mi sono cresciuto , un ragazzo che fa il pizzaiolo».

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