Come in “Sette piani”, i Dpcm ci avvicinano sempre più al punto di non ritorno. Quella era letteratura, però. Noi, invece, viviamo l’ansia della diretta presidenziale

di Simona Ciniglio

Giuseppe Conte ha illustrato il nuovo Dpcm in conferenza, ma prima ancora che proferisse verbo, l’aria sfatta e la mascherina si sono agganciate velocissime ai nostri neuroni a specchio, disponendoci all’empatia. Cosa
volesse dirci del resto lo sapevamo già, ci illudevamo semmai di sentirlo meglio, ma la gravità della situazione e le ulteriori richieste di sacrificio agli italiani non potevano incorrere nel rischio di accuse facili da parte della rete,
più che mai pronta alla polemica.

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E così, dal cortile interno di Palazzo Chigi, mascherina regolamentare su voce nasale, il Presidente del Consiglio, tra mediazione e contraddizioni, ci ha spiegato che ne sarà delle nostre vite nei prossimi 30 giorni. Parola d’ordine: chiusure, ma non lockdown. Imperativo: arrestare la corsa velocissima del virus. Premio in palio: il Natale.


“Con questo quadro di misure confidiamo di poter affrontare più distesamente il mese di dicembre. Vorremmo arrivare al Natale con
predisposizione d’animo serena”.


Certo è pieno di letteratura in cui si vuole salvare il Natale: cosa c’è di più rassicurante del sereno Natale? Solo che la situazione appare
surreale: un Paese a forma di polveriera in cui sta montando fortissima la rabbia sociale, e dall’altra parte l’elemento fiabesco: il candore
intoccabile del Natale. Chiaro, niente baci e abbracci, eh! – ci tiene a sottolineare Conte. Però insomma, vuoi mettere il Natale!


E allora quali pupazzi e fiocchi di neve, a me è tornato in mente un racconto di Dino Buzzati: Sette piani, in cui un uomo, un avvocato, viene
ricoverato in un ospedale dove i malati, mano a mano che si aggravano, vengono trasferiti al piano inferiore. 7-6-5-4-3-2-1. Al primo piano serrano anche le finestre, è la fine.

Mi è tornato in mente per l’inquietudine, per quel finto andrà tutto bene che ormai ci accompagna da otto mesi, ma credo anche l’ospedale abbia avuto un suo ruolo. Malgrado la serie di fantasiose scuse e le grandi rassicurazioni da parte dei medici – oltre alle vive proteste per non essere trasferito – il protagonista del racconto inesorabilmente, attraverso una lunga sequela di illusioni, finisce al primo piano.

Mi sono immaginata la prossima conferenza in diretta dal Monte Rosa, aria purissima, nessuno intorno e Giuseppe Conte in tuta da astronauta, l’interprete Lis anche lei bardata di tutto punto – in una comica impossibilità di comprensione a mimarci: salveremo l’estate, ma intanto. E allora ho recuperato il racconto, che inizia così:

“Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta.
Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti”.


Molto bene.