Il killer reo confesso e il compagno
Il killer reo confesso e il compagno

di Simona Ciniglio

Il cortocircuito informazione-divulgazione sui social network-informazione è sempre più prossimo a una risoluzione definitiva; ci avviamo a una perfetta identità tra mezzo e messaggio. Viviamo tempi assurdi, capaci di tenere insieme Orwell, Asimov e Wallace sulla pagina stabilmente destabilizzante del nostro quotidiano inteso come vivere, mentre il nostro quotidiano inteso come stampa agonizza.

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Il giro di boa dalla carta al digitale
per combattere l’estinzione ci regala nuovi indici di gradimento: non più copie vendute ma visualizzazioni- e relative strategie
di attrattività.

Se internet è Darwin applicato al giornalismo, il click-baiting – la pubblicazione di contenuti il cui esclusivo scopo è quello di aumentare il traffico utenti – è il campanello per il cane di Pavlov. Il titolo è tutto e tutto significa il più delle volte il nulla: l’aberrazione frequente può tradursi per il lettore in intermezzi di scoramento assolutamente gratuiti. E’ l’ obolo in disgusto da pagare a un’informazione i cui costi sono stati abbattuti. Fa riflettere a tal proposito l’“omicidio gay” che imperversa in rete, ma anche sul cartaceo del primo quotidiano di Napoli.

Un titolone: “Delitto gay”, che ci rispedisce indietro nel tempo: alle atmosfere poco rilassate del ventennio fascista, tra immagini di confino e discriminazione che credevamo soltanto un incubo finito; alla condanna sociale di un’Italia ipocrita e provinciale da secondo dopoguerra. O ancora: “Lui, la trans e l’altro”: da invocare con urgenza mani pietose che chiudono gli occhi. Franco Grillini, Presidente di Gaynet associazione giornalisti lgbt, ha rilevato “con preoccupazione e rammarico” proprio la scelta di quei titoli che rinchiudono in parole deformanti una vicenda dolorosa, di cui tanti aspetti sono ancora da chiarire.

Il giornalista Franco Grillini
Il giornalista Franco Grillini

“Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare” ha scritto Grillini. “Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click”. E ancora, a sottolineare i risvolti più inquietanti di una narrazione su cui grava, implicito, il giudizio moralizzante:” Parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo, con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato”.

In una società che già presenta sufficienti indicatori di disagio, in cui la corsa al commento alle foto profilo dell’assassino, dell’assassinato da parte del “popolo del web” ogni qualvolta si consuma una tragedia “passionale”, una tragedia “gay”, un “femminicidio” è assurta a nuova disciplina olimpica, viene da chiedersi: quanto scura, ancora, può essere la notte?

Una tragedia, non soltanto è sempre – tautologicamente – una tragedia; per gli antichi greci era anche il sommo momento della riflessione, del raccoglimento in sé in considerazione del ristabilito equilibrio tra hibrys umana e cieca violenza divina. O per dirla con Philip Roth: “La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti”. Un occhiello come : “La doppia vita di Ciro: di giorno impiegato pubblico, di notte sex toy” solleva seria perplessità: forse chi scrive non vive nella stessa Italia dove già Fellini nel 1960 raccontava l’edonismo sfrenato della vita notturna giovanile; dove si inscenava addirittura un’orgia.

A chi è abituato a inseguire le lettere ovunque si trovi, dall’abitacolo dell’ascensore: “portata massima…” alla lista degli ingredienti dello shampoo, non può sfuggire che in Italia la cronaca è stata legata a nomi come quelli di Achille Campanile, Ennio Flaiano, Dino Buzzati. Ma in questo caso viene in mente il terribile redattore capo Bizanti, (il salto temporale è ancora una volta notevolissimo) in Sbatti il mostro in prima pagina. Ha senso imbarcarsi in una controffensiva al brutto, al disgustoso, al colpevole nell’informazione, con Lucifero che ci alita addosso e il rischio di renderci tacciabili di insano contro-click bating?

Certo si può demandare ogni tipo di responsabilità all’autodeterminazione, e con quel che resta bullarsi tuttalpiù della scoperta di un nuovo tipo di lettore: il lettore stercorario.

“Abitante del basso Web, il lettore stercorario prospera nel clima caldo umido estivo”. E abbandonarlo al proprio destino dopo averlo debitamente rubricato nel sempre aggiornabile bestiario digitale degli anni Dieci. Il problema –che poi sarebbe una possibilità, ma finisce per essere un problema laddove ogni cosa/situazione presenta limiti, e non fa eccezione il linguaggio- è aver dolorosamente nozione di un analogicissimo Mark Twain, quando in Libertà di stampa scriveva, esaltando e allo stesso tempo dannandosi delle potenzialità schiaccianti del quarto potere: “l’ammaestramento fa cose meravigliose. Non c’è nulla che l’addestramento non possa fare. Nulla è al di sopra o al di sotto della sua portata. Può trasformare i cattivi principi in buoni, e i buoni in cattivi; può annientare ogni principio, e poi ricrearlo».

Se quanto si scrive viene diffuso per lo più attraverso i social -dove le parole si trovano in imbarazzante prossimità con l’ immagine di chi scrive-sforzarsi di assomigliare un po’ di più alle proprie parole dovrebbe venire abbastanza facile.

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