Ogni paia di scarpe è una donna che non c'è più

di Tania Sabatino

Sono tanti i nomi, i volti e le storie delle donne vittime di violenza domestica. Per molte di loro questa strada fatta di molteplici vessazioni fisiche e psicologiche si è conclusa, nonostante il loro grido d’aiuto, con la perdita della vita (anche se la vita è stata loro sottratta giorno dopo giorno… prima ancora della morte, attraverso la perdita della dignità e della voglia di vivere). Per altre si è riusciti a intervenire prima che fosse troppo tardi. E’ il caso della donna aggredita stanotte a Scampia, tratta in salvo dall’intervento urgente dei carabinieri, il cui ex, un cinquantenne, che ha perpetrato violenze reiterate, abusante si trova ora a Poggioreale. E della violenza familiare consumatasi nei giorni scorsi a Torre del Greco, dove un trentenne ha aggredito la convivente nella casa coniugale. Anche in questo caso non si trattava di un caso isolato ma di una quotidianità di maltrattamenti, taciuta troppo a lungo.

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Infatti, secondo il rapporto Istat sulle sicurezza delle donne, del giugno 2015, il 31,5% delle donne tra i 16 e ed i 70 anni ha subito un qualche tipo di violenza, fisica o psicologica, nel corso della vita.

Di queste il 51,4% è separato o divorziato. Il 36,6% ha gravi limitazioni di salute, il 42,5% è laureato. Il 40,3% è annoverabile tra le dirigenti e le libere professioniste e il 35,4% ha tra i 25 ed i 34 anni. Da questi dati sembrerebbe emergere un identikit molto diverso da quello della donna con una posizione socio-economica subalterna e scarsa indipendenza economica che ci si potrebbe aspettare o quantomeno la situazione di presenta a macchia di leopardo nelle varie regioni italiane.
I dati sembrerebbero descrivere il manifestarsi di una violenza che lavora in maniera silente ma costante, svuota le persone “dall’interno” e le lascia incapaci di reagire: perché semplicemente non credano di avere più nessun obiettivo in vista del quale combattere. Affinché, addirittura, credano di non essere “nulla”.

Secondo i dati Istat, il 51,4% è separato o divorziato. Il 36,6% ha gravi limitazioni di salute, il 42,5% è laureato

Lei è Esmeralda (nome di fantasia). Ha vent’anni. Viene da una famiglia della Napoli bene. Papà commercialista, gli uomini della famiglia che la adorano e la “proteggono”, facendole da baldi cavalieri. Carattere solare e sempre allegra, con tanta voglia di vivere.
“Venivo – racconta lei che oggi di anni ne ha oltre quaranta – da una famiglia allargata che mi adorava. Ero l’unica figlia e l’unica nipote femmina. A vent’anni ero ancora esageratamente ingenua e per molti versi emotivamente ero poco più di una bambina, incapace di riconoscere la ‘cazzimma’ ”.
I suoi vent’anni sono quelli in cui conosce Claudio (nome di fantasia), medico affermato. Dopo i primissimi anni di fidanzamento Claudio per ragioni di lavoro, si trasferisce a Bari ma spesso per convegni ed impegni di professionali si sposta in tutta Italia. Dopo alcuni anni le chiederà di sposarlo e di trasferirsi a Bari, eventualità che la donna rifiuta.
“Sentivo – continua – che se mi fossi trasferita a Bari mi sarei trovata isolata non solo e non tanto fisicamente, ma anche e soprattutto moralmente. Non posso dire che già prima del matrimonio non vi fossero segnali forti di squilibrio e note stonate. Ma non mi voglio giustificare”.

A 22 anni Esmeralda vince un concorso come coadiutore amministrativo in un ente pubblico e contemporaneamente decide di studiare conservazione dei Beni culturali, riuscendo a conciliare entrambi gli impegni, per quanto gravosi. Respira l’aria dell’indipendenza economica e di vita ed il suo rapporto sentimentale procede “a distanza”, tra i normali alti e bassi di ogni coppia.

In quegli anni, è Esmeralda a portare avanti, nei fatti, l’organizzazione familiare, compresa la gestione dei figli. Il marito è assente, non le offre un supporto di alcun genere né alcun tipo di confronto.

Claudio è portavoce orgoglioso di una mentalità retriva, che Esmeralda stessa definisce sessista, basata sul principio del “tu sta’ zitta”. Nemmeno il lavoro di lei è considerato un vero lavoro, un mestiere, perché viene ribadito che a garantire il tenore di vita della famiglia è l’uomo.
Gli equilibri, basati sull’assenza dell’uomo e sulla sua “mancata opportunità” di trasformare le sue intenzioni prevaricanti in azioni, crollano come un “castello di sabbia” quando lui viene trasferito a Napoli. Esplodono i conflitti, resi più acuti dal fatto che Claudio pretende di imporre alla moglie la sua visione del mondo basata sulla convinzione che “devi fare quello che dico io” e lei cerca di tenergli testa attraverso l’arma della dialettica.
Ad episodi di violenza fisica sporadici e “feroci scatenati da futili motivi, si accompagnano costanti episodi di violenza psicologica sistematica e “raffinata”, ma subdola, tale da non essere riconosciuta dagli altri, che vedono invece in Claudio un marito affettuoso.
Come evidenzia Esmeralda chi viene “violentato psicologicamente” quotidianamente non ha armi per dimostrarlo. Non ci sono segni da percosse.

Chi viene “violentato psicologicamente” quotidianamente non ha armi per dimostrarlo. Non ci sono segni da percosse

Ad un certo punto Esmeralda cerca ribellarsi a questo destino di violenza e manda via di casa Claudio ma cede alle sue scuse e lo fa rientrare in casa con il patto di fare “solo ed esclusivamente” il padre. Ma da lì comincerà un inferno di minacce, ricatti, pressioni psicologiche, anche volte a consumare rapporti sessuali, facendo appello al fatto che lei sia, e si debba comportare, da moglie, e azioni sempre più subdole volte farla crollare fisicamente ed emotivamente, a demolirne la reputazione agli occhi dei suoi figli e del mondo.
Cessa qualunque forma di sostentamento economico per i figli ed agli episodi di disperazione di Esmeralda Claudio ripete sempre: “Mamma è malata. Papà vorrebbe aiutarla, ma lei non vuole farsi aiutare dal papà a guarire”.
Dopo la separazione, seguiranno anni di altrettanto orrore, di ricatti economici e comportamenti svalutanti da parte di Claudio che, “prigioniero” del suo senso di possesso, non solo procede a farle il vuoto relazionale intorno, distruggendone la reputazione, ma farà di tutto per riportarla a sé.
A salvarla restituendole la stima in se stessa e nuovi obiettivi in cui credere saranno gli splendidi figli, la rinnovata consapevolezza della sua competenza professionale, l’aver trovato un supporto psicologico ed emotivo da parte di un esperto che crede a lei ed in lei e un nuovo amore.

La storia di Esmeralda si specchia e si rispecchia in quella di Elisa (nome di fantasia) Lei aveva 28 anni e fiducia nel prossimo.

Ad una festa di compleanno incontra Alessio (nome di fantasia. Alessio appare simpatico, gioviale e divertente, ma non tardano a palesarsi episodi quantomeno strani, indici di un possesso che ha il sapore della morbosità: il dichiarare che sono una coppia ad amici e parenti (quando non lo sono ancora). Il rivelare ai genitori di lei che Elisa si trova a Roma da un’amica, pensando di fare una rivelazione “scomoda” per la ragazza. Episodi che parlano di una profonda ingerenza nella vita di Elisa e di un progressivo tentativo di privarla della libertà di scelta.

Una delle campagne delle giornate contro la violenza sulle donne

Durante un’uscita, Alessio che troppo spesso esagera nell’assunzione di alcolici come quella sera, in cui si trova in evidente stato di ebbrezza, adirato alla semplice idea che loro possano uscire solamente “da amici” e non “da coppia” le dà parte uno schiaffo che la manda dritta al suolo e poi pronuncia la frase “Vammi a denunciare. Di tutta questa gente che c’è qui fuori tanto nessuno ti farà da testimone”.
In seguito, le cose peggiorano. Un giorno Alessio ammette a denti stretti di aver cercato “di metterla incinta” per non rimanere solo. Poi preso da una specie di “disperazione” paranoide dice che lui lo sa che un eventuale bambino non sarebbe suo ma che non importa. Lei deve venire lo stesso a vivere con lui e lui si prenderà cura di entrambi anche se il figlio non è il suo.
Queste deliranti dichiarazioni convincono Elisa a rompere un circolo vizioso “malato”, non senza aver detto ad Alessio che forse dovrebbe farsi aiutare da qualcuno, idea che rinfocola l’aggressività dell’uomo che la accusa di essere lei, e non certo lui, quella che “non sta bene con la testa”.

Per cercare di comprendere le radici della violenza domestica abbiamo promosso un dibattito tra alcuni esperti, cercando di comprendere il ruolo svolto dal modello familiare e quali potrebbero essere le azioni da mettere in campo a livello sociale ed istituzionale.
“La famiglia – spiega Fabio Corbisiero, coordinatore dell’Osservatorio LGBT dell’Università degli Studi di Napoli Federico II – è un luogo denso di conflitti tra persone che, pur legate per vincolo biologico, rivendicano la propria legittimità a definire un ruolo e quali doveri e diritti derivino da questo ruolo. Ciò vuol dire che in famiglia si creano forme di dipendenza, interdipendenza, autorità e purtroppo anche violenza”

Ogni paia di scarpe è una donna che non c’è più

A fargli eco Valentina Imperatore, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale: “Purtroppo è storia della legislazione ‘recente’ la disparità tra uomo e donna all’ interno del modello familiare”.
Secondo Sergio Mantile, sociologo forense – ANS Campania, nella società liquido moderna, richiamando una definizione di Zygmunt Bauman, la situazione parrebbe essere paradossalmente molto peggiorata: “Siamo in una temperie caratterizzata da un individualismo sempre più spinto che ha trasformato gli intrecci familiari sentimentali e psicologici di una volta negli attuali ‘fasci paralleli’ di interessi personali. La dissoluzione dell’etica pubblica e privata, la riduzione della complessità dei valori di un tempo ai due essenziali della società di oggi: vincente e perdente, hanno finito per cancellare quasi ogni differenza tra legale e criminale, tra compassionevole e crudele, tra solidale ed egoistico”.
La famiglia, quale bacino di valori per i proprie componenti che a sua volta attinge ai valori ed alle idee proprie della società di appartenenza, in tal senso, rifacendoci alle parole di Mantile, sembrerebbe avere un ruolo nevralgico nell’essere baluardo alla violenza, contrastandolo o, al contrario, nel promuovere l’identificazione di un proprio membro come una potenziale vittima, in quanto soggetto “perdente”, e nel portarla ad adeguarsi a tale ruolo in maniera “passiva, ossia emotivamente automatica, acritica… come fatto ineluttabile, indipendente dalla propria volontà”.

Una violenza che, come ribadisce Corbisiero, agisce su un doppio binario, combinando sia aspetti psicologici che fisici, ledendo l’integrità fisica e quella emotiva della persona.
“La violenza psicologica – sottolinea la psicologa cognitivo-comportamentale – è più sfuggente di quella fisica che lascia segni evidenti di maltrattamento. Tuttavia essa è altrettanto dannosa e protratta nel tempo lede alla salute mentale della donna, alla sua autostima e fiducia nel prossimo e nelle relazioni. A volte chi subisce un abuso ha un’immagine di sé fragile e tendente alla colpa e alla svalutazione. Dunque è fondamentale l’empowerment nella donna abusata in un’ottica dunque non solo di soccorso ma lavorare sul senso di valore personale che è stato danneggiato”.
Anche se, come sottolinea Corbisiero “A molte istituzioni viene riconosciuto il potere normativo e la difesa della vittima di violenza: e i diritti degli individui vittime di violenza hanno trovato crescente riconoscimento, non è sufficiente riconoscere la violenza latente che vive tra le mura domestiche. Molto spesso la violenza in famiglia è ancora considerata, in primis dai familiari e più in generale dalle persone vicine, un fatto privato, da non ‘mettere in piazza’, e tanto meno da denunciare”.
Per questo, rifacendosi alle parole di Mantile, le istituzioni dovrebbero riguadagnare il loro ruolo, presupposto imprescindibile per agire e reagire contro la violenza in maniera strutturale e sistematica e non sporadica ed “emergenziale” e affidandosi allo spontaneismo di un nugolo sparuto di operatori “etici”, che intervengono tra mille difficoltà, come sottolineano gli addetti ai lavori.
“Per questo motivo – ribadisce Corbisiero – è importante creare nuovi luoghi di ascolto e rafforzare quelli esistenti. Luoghi dove ci si possa recare sotto garanzia di anonimato e senza sentirsi sottoposte a giudizio. Ma questi luoghi devono tradursi anche nei rapporti con operatori che agiscano non solo sulle vittime, ma anche e soprattutto su chi maltratta. In tal senso, l’esempio dei CAM, centri di ascolto per uomini maltrattanti, costituisce un ottimo inizio per il nostro Paese. Ma non rappresenta una svolta”.
A proposito di quel 36.6% di donne che secondo l’Istat è “prigioniero” di gravi limitazioni di salute, Claudio Roberti, sociologo della disabilità, propone una lettura trasversale, mainstream appunto, i “attraversamento”, senza “vincoli di scuola”, del fenomeno della violenza, che appunti l’attenzione proprio sulla situazione delle donne con disabilità.
Ci racconta la storia di una donna, di cui ha avuto notizia molti anni fa, attraverso le sue esperienze di cultura orale. Il problema, però, è nell’assenza di ricerche sistematiche sul tema. Un’assenza che riduce il tutto a singole e sporadiche osservazioni ed a ragionamenti ipotetico-deduttivi.

“Una premessa è necessaria – dice – l’approccio mainstream è indispensabile per realizzare una reale inclusione sociale, quindi imprescindibile se si vuole applicare la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità”
Senza tali percorsi inclusivi, infatti, si reitereranno storie come quelle di questa donna con una disabilità da non autosufficienza, che si consumano spesso nascostamente, nell’ombra e nella disperazione impotente, nella marginalità e nella segregazione.
“Questa donna – racconta – trovandosi in uno stato di mancanza di autonomia e di vita indipendente, viene abusata sessualmente dal padre che vede questa pratica come un ‘dazio’ da pagare’ se vuole essere aiutata nel soddisfacimento dei suoi bisogni primari, come mangiare, lavarsi o andare in bagno”.

Un rapporto di “scambio”, dove la figlia, per poter soddisfare i suoi bisogni legati alla sopravvivenza, data la sua non autonomia, deve pagare la “gabella” di soddisfare un bisogno paterno: quello sessuale.

Un rito di passaggio in senso allargato, per rifarsi all’antropologia di Van Gennep, “tribale e primordiale” una “prova del fuoco” cui sottoporsi per poter accedere, anche solo temporaneamente, a una condizione di vita diversa da quella della non autosufficienza.
“Un rito – evidenzia Roberti – ancora più efficace perché reiterabile all’infinito. Ma c’è di più. Se da una parte infatti si sfrutta la pensione di questa donna per il proprio sostentamento, dall’altra per renderla ‘utile’ fino in fondo la si abusa sessualmente. E’ l’attualizzazione di quanto sostiene nel 1600 Michel De Montaigne, dicendo che se gli storpi esistono tanto vale che in qualche modo siano utili”.
Una persona con disabilità “violata”, dunque, ma percepita secondo il sociologo della disabilità, come inferiore e “fastidiosa” di cui, dato che bisogna mantenerla comunque in vita, tanto vale massimizzare l’utilità.
“Un comportamento del genere rappresenta l’apoteosi dell’utilitarismo di cui parla Bentham – rincara la dose il sociologo – declinato secondo uno dei tanti possibili volti in cui si incarna il familismo amorale teorizzato da Banfield”.