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Da ex “picciotto” del boss Ciro Sarno a capozona di Barra: gli inizi di Giovanni Aprea nel mondo della criminalità organizzata sono caratterizzati da un’escalation di violenza che lo vede protagonista di numerose inchieste della magistratura su agguati e omicidi compiuti tra Ponticelli e Barra. Il nome del giovane camorrista emergente compare, infatti, anche negli atti sulla strage di Ponticelli, dell’11 novembre 1989, che porta all’uccisione di sei persone.

Una foto d'archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno
Una foto d’archivio del boss, oggi pentito, Ciro Sarno

Il primo arresto risale al 27 aprile 1990, quando trenta poliziotti della Squadra mobile circondano un edificio, in vico Mastellone, a Barra, dove si sono rifugiati Aprea e altri tre guardaspalle. A quel tempo, sono tutti latitanti per associazione camorristica e racket.

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Nell’appartamento, protetto da una porta blindata, ci sono pistole e fucili a canne mozze. Il rischio di una sparatoria tra criminali e agenti è concreto, tanto che il capo della Mobile richiede d’urgenza la presenza dei vigili del fuoco per segare i cardini della porta e preparare l’irruzione. Non ce ne sarà bisogno: è lo stesso Aprea ad aprire a e consegnare i polsi. Le inchieste, agli inizi degli anni Novanta, lo indicano già come il capo della malavita locale in lotta con il gruppo rivale dei Nemolato-Andreotti. A lui, si affiancano al vertice della banda, di volta in volta i fratelli e i cognati.

I processi in cui è imputato insieme ai suoi uomini di fiducia, intanto, vanno avanti e altre accuse si aggiungono a quelle originarie: Aprea viene coinvolto anche nella maxi-inchiesta sulle tangenti per la ricostruzione del quartiere di Barra, distrutto dal terremoto del 1980. Ma arrivano pure le assoluzioni, come quella – a sorpresa – che il 31 marzo del 1992 lo scagiona per la faida dell’area orientale che ha imperversato per mesi tra San Giovanni, Barra e Ponticelli.

Meno di un mese dopo, però, torna nuovamente in galera insieme ai sei componenti della sua “scorta” personale. Gli agenti del commissariato San Giovanni-Barra lo bloccano dopo avergli notificato il rinvio del provvedimento di soggiorno obbligato, perché insospettiti dalla presenza di una moto e due auto che attendono all’uscita. A bordo, si scopre, ci sono gli affiliati al clan chiamati a sorvegliare sull’incolumità del boss con pistole e fucili. Il blitz è fulminante: i “fedelissimi” non riescono a fuggire e finiscono tutti in manette.

Peraltro, la disponibilità di numerose e micidiali armi da fuoco è una delle caratteristiche del gruppo, come dimostrano una perquisizione in un cascinale, alla periferia di Barra, dove vengono trovati – occultati in una cassa di mogano, nascosta sotto la paglia – centinaia di munizioni, due mitra, un kalashnikov; e un controllo in un terreno abbandonato, adiacente al locale cimitero, di altri undici fucili, interrati a quaranta centimetri di profondità e recuperati dai poliziotti del commissariato Ponticelli grazie ai metal-detector. A quel tempo, gli Aprea combattevano contro la famiglia rivale dei Formicola di via Taverna del Ferro, al confine tra Barra e San Giovanni.

Una nuova scarcerazione, nel 2003, lo riporta nel “bunker” di famiglia, dove riprende il controllo dell’organizzazione e prepara la risposta al tentativo di scissione portato avanti da alcuni suoi ex affiliati. Solo due anni dopo, il 15 settembre 2005, gli agenti della Squadra mobile partenopea lo fermano per un vecchio ordine di esecuzione a un anno e nove mesi di carcere. Aprea si nascondeva in una intercapedine ricavata tra le pareti della stanza da letto e quelle del ripostiglio esterno all’abitazione.

 

I Cuccaro, il sottogruppo criminale di Barra

I componenti della famiglia Cuccaro, pur se alleati con gli Aprea, hanno rappresentato una sorta di sottogruppo criminale con una propria, limitata, autonomia nell’ambito della gestione del malaffare a Barra.

Il personaggio più importante della banda è stato certamente Angelo Cuccaro, arrestato nel 1993 per omicidio (secondo l’accusa ammazzò un affiliato che si opponeva alla tregua con l’organizzazione rivale dei Minichini). Si nascondeva in un appartamento in via Bartolo Longo, a poca distanza dal quale vennero ritrovati, nel corso della stessa operazione, un fucile mitragliatore e una pistola.

Angelo Cuccaro
Angelo Cuccaro

Coinvolto insieme a Giacomo Alberto, altro “fedelissimo” del boss Giovanni Aprea, nelle inchieste sulla guerra di camorra nell’area orientale, nel gennaio del 2000 sfugge alla maxi-retata predisposta dall’allora pm della Dda di Napoli, Luigi Bobbio, che porta in galera ventitré camorristi appartenenti a sei diversi gruppi malavitosi. In quell’occasione, tredici indagati vennero scarcerati a sorpresa dal giudice delle indagini preliminari, perché, a suo dire, non esistevano pericoli di fuga e per la gran quantità di atti depositati dal pubblico ministero a sostegno della richiesta di convalida, che non avrebbe consentito una decisione entro le 48 ore previste dalla legge.

L’episodio, registrano le cronache dell’epoca, provoca un terremoto nell’ambiente giudiziario partenopeo, perché – in quella sola settimana – si registrarono ben tre omicidi tra San Giovanni e Barra, riconducibili allo scontro in atto.

La fuga di Cuccaro, comunque, dura appena un paio di settimane, perché i carabinieri lo bloccano a casa di Giovanni Aprea insieme a Ciro e Gennaro Aprea e a Gaetano Cervone.

Da detenuto, riceve una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per l’attentato con il bazooka contro l’auto di Pietro Lago, padrino di Pianura. Un agguato, rimasto senza gravi conseguenze, che avrebbe dovuto sancire la vittoria dell’Alleanza di Secondigliano sul cartello rivale dei Sarno-Misso-Mazzarella, cui Lago si stava avvicinando.

Pietro Lago
Pietro Lago

Nel corso del processo che ne deriva, Angelo Cuccaro viene condannato a sedici anni di reclusione. Il 23 gennaio 2007 gli viene notificata in carcere un’altra ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Luigia Esposito, una giovane tossicodipendente di Pomigliano d’Arco, ammazzata a Sant’Anastasia il 14 novembre di undici anni prima.

Secondo la ricostruzione della procura, Luigia Esposito pagò con la vita l’aver assistito, involontariamente, a un altro delitto di camorra, quello di Ciro Rispoli, cognato del boss Bernardino Formicola, a sua volta responsabile – per i killer del gruppo Aprea – dell’uccisione di Salvatore Cuccaro. A fare luce sulla vicenda, si sono rivelati particolarmente utili i ricordi e le ricostruzioni di Francesco Amen, ex “picciotto” della camorra di Barra, condannato a quattordici anni di carcere proprio per l’omicidio Esposito e a ulteriori sei anni per associazione camorristica.

Una sorta di circuito creditizio parallelo illegale, gestito dal clan Aprea-Cuccaro, venne scoperto dai carabinieri del comando provinciale di Napoli in una complessa indagine patrimoniale dell’aprile del 1994, che portò anche al sequestro di beni per oltre venti miliardi di lire.

Un vero e proprio impero economico, edificato grazie al riciclaggio di denaro sporco, che aveva permesso ai vertici del sodalizio criminale dell’area orientale di imporsi in alcuni settori commerciali legali, come la grande distribuzione organizzata e l’edilizia, e di snaturare le dinamiche di mercato attraverso il ricorso alla violenza e alla concorrenza sleale.

Nel corso dell’operazione, gli investigatori apposero i sigilli a venti appartamenti, trenta automobili, terreni, capannoni industriali e tre società attive nel settore alimentare.

Secondo quanto ricostruito dagli uomini del comando provinciale dell’Arma, i “colletti bianchi” del clan si finanziavano da un lato con la ricettazione di derrate alimentari, provenienti dalle rapine ai tir, che venivano “riciclate” attraverso apposite aziende del ramo e rivendute in discount e supermercati compiacenti, e dall’altro con richieste di tangenti ai commercianti e ai piccoli imprenditori della zona, ai quali – e così il cerchio infernale si chiudeva alla perfezione – venivano finanche offerti prestiti a tassi usurari per il pagamento del pizzo.

Il flusso di denaro che ne scaturiva, naturalmente, si moltiplicava a ogni passaggio di mano, tanto da rendere necessaria la costituzione di una “banca del clan”, attiva tra Poggioreale, Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, alla quale i negozianti in difficoltà potevano rivolgersi per l’ottenimento di prestiti.

Quella non fu, comunque, l’unica inchiesta che andò a colpire il polmone “finanziario” della cosca, perché beni per altri dieci miliardi furono sequestrati a distanza di qualche settimana a San Giorgio a Cremano (un intero edificio, con diciotto appartamenti, tre capannoni e due terreni) e a Poggioreale, dove la cosca capeggiata da Giovanni Aprea aveva la disponibilità di un palazzo, composto da sette appartamenti, cinque autovetture, sei motociclette e due appartamenti.

Il valore dei beni, in quest’ultimo caso, superava i due miliardi di lire.

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