Mario Draghi e Vincenzo De Luca

Dopo un anno e mezzo di pandemia il governatore si ritrova davanti alla necessità di cambiare la comunicazione e il suo approccio politico per la risoluzione dei problemi amministrativi

di Giancarlo Tommasone

Ha un problema Vincenzo De Luca e si chiama Recovery plan. Il piano di rilancio dell’economia nazionale rappresenta un ostacolo per il governatore, che da circa un anno e mezzo ha goduto di una popolarità e una esposizione mediatica massive, derivanti dalla sua impostazione comunicativa riguardo all’emergenza Covid. Le tendenze già autocratiche che aveva quando era sindaco di Salerno – come più volte sottolineato da Stylo24 – sono diventate ancora più spiccate, nel momento in cui con i metodi da uomo solo al comando, quelli per intenderci, del lanciafiamme, De Luca è assurto a «santo patrono» della Campania nella battaglia di contrasto al virus.

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Ora che il Covid sta perdendo forza, e oggi che al Governo c’è un presidente del Consiglio concreto come Mario Draghi, il numero uno di Palazzo Santa Lucia ha la necessità di reimpostare non solo tutto l’assetto della comunicazione (cosa questa, già di per sé complicata), ma deve anche rivedere la sua impostazione squisitamente amministrativa. Per quale motivo? Perché è venuto il momento, per De Luca, di «governare» un flusso di denaro da decine di miliardi di euro. Quale? Quello che arriverà dal Recovery fund: si tratta di decine di miliardi di euro che serviranno a ricostruire l’economia regionale, e in alcuni casi, addirittura a costruirla, viste le mancanze che da decenni attanagliano la Campania.

Questo è un tipo di lavoro che De Luca non riuscirà a fare né con le dirette Facebook, né con le ospitate dal fratacchione Fabio Fazio, né tantomeno con il linguaggio pirotecnico che utilizza durante le conferenze stampa o nei suoi comunicati. Adesso è il momento di governare sul serio, è il momento di attorniarsi di esperti che siano in grado di far fronte a una faraonica opera di rifondazione dell’economia nella nostra regione. È un momento difficile per De Luca, e il nervosismo e le difficoltà a dover cambiare registro, emanano anche dal comportamento del governatore; non è un caso che nelle scorse ore, sia arrivato addirittura ad attaccare il ministro Speranza – a cui si è dimostrato sempre legatissimo – relativamente alla modalità della somministrazione dei vaccini.

Ma tornando ai fondi del Recovery, c’è bisogno di persone non solo capaci, ma che siano in grado addirittura di contraddire il governatore, che fino ad ora, è stato abituato a dettare la linea in maniera assolutistica dalla sua «dacia», e ad avere il comando delle operazioni, in modo incontrastato. Anche e soprattutto per il fatto che a Palazzo Santa Lucia la Giunta non esiste, e al Centro direzionale si fanno i conti con un Consiglio – che tranne l’attività di opposizione del centrodestra – è manchevole e fermo.

Ciò cosa significa? Che De Luca, è davanti a un bivio: continuare a tenere accentrato il potere, oppure delegarne una parte ai tecnici, agli esperti, a coloro che materialmente dovranno redigere i progetti. Che per essere finanziati, dovranno essere progetti validi. Altrimenti? Tutto il resto d’Italia avrà la possibilità di riattaccarsi alla locomotiva dell’economia in ripresa in Europa e nel mondo, tranne la Campania.

De Luca, lo ribadiamo, ha un problema: l’incapacità e la disorganizzazione degli uffici regionali nella trattazione dei grandi progetti. Pure perché, le risorse ci sono, ma la Campania ha dimostrato di non saperle spendere. Il monitoraggio (aggiornato al 31 dicembre scorso) sull’avanzamento della spesa dei fondi, condotto dal Mef è chiarissimo su questo versante. La nostra regione (maglia nera del Sud Italia e quartultima nella Penisola) è riuscita a spendere solo il 33,73% del Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) e il 35,1% del Fse (Fondo sociale europeo).

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