Il progetto Manduca per la riqualificazione di Villa Maria

La demolizione a Pozzuoli dell’edificio del Settecento, per far posto alla nuova stazione della Cumana, è stata la soluzione più facile. Ma non tutti sono d’accordo

di Fabrizio Geremicca

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Addio a Villa Maria, settecentesco edificio ormai diroccato. Al suo posto sorgerà la nuova stazione della Cumana. Ieri a Pozzuoli le ruspe hanno abbattuto la palazzina che da due secoli e mezzo guardava il mare della costa flegrea. “E’ una operazione storica – ha commentato Umberto De Gregorio, il presidente di Eav – e si elimina l’ultimo ostacolo alla costruzione del nuovo fabbricato viaggiatori di Pozzuoli. Seguiranno i lavori per il raddoppio della linea fino a Cantieri”.

Italia Nostra, però, stigmatizza la demolizione e pone interrogativi sull’iter che ha autorizzato l’intervento delle ruspe. Commenta l’architetto Luigi De Falco, presidente della sezione partenopea e dirigente nazionale dell’associazione ambientalista: “Quanto avvenuto è il triste segnale dell’assoluta mancanza di rispetto del nostro passato che, altrove, è fortemente apprezzato”. Rileva: “Quell’edificio avrebbe dovuto essere recuperato, non demolito, anche perché non era un ostacolo al tracciato ferroviario. L’articolo sei del piano paesistico dei Campi Flegrei, comma 10, per i nuclei ed immobili rurali di valore storico consente esclusivamente interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro e risanamento conservativo”. Aggiunge: “Villa Maria avrebbe potuto essere demolita solo sulla base di una deroga al piano paesistico da chiedere al ministero. Non so se sia stato fatto ed in ogni caso la scelta di demolire è molto grave”. De Gregorio ribatte: “Italia Nostra chieda alla Soprintendenza, al sindaco di Pozzuoli ed a chi ci ha dato i permessi. Non c’era alcun pregio particolare, a quel che mi risulta, ed in ogni caso Eav ha seguito tutte le procedure necessarie. Non ci stava possibilità di recuperare quell’immobile perché la stazione non verrà esattamente in quel punto”.

La demolizione di Villa Maria a Pozzuoli

Eppure nei precedenti tre progetti della nuova stazione, Villa Maria restava in piedi. In due di essi, a firma dell’architetto Manduca, la nuova stazione era ricavata all’interno dell’edificio. Il terzo, che era stato redatto da Nicola Pagliara, salvaguardava almeno la facciata della palazzina. Alla fine si è scelta la soluzione più drastica, la completa demolizione. Giuseppe Peluso, che a Villa Maria nacque nel 1947 ed ha abitato fino al 1983, osserva le foto della ruspa in azione con il magone di chi si è visto portare via un pezzo della sua memoria familiare. “Mio padre”, racconta, “è stato l’ultimo abitante di Villa Maria. E’ rimasto lì fino al 1986, quando morì. Io ho vissuto nella palazzina fino a 36 anni. Andai via nel 1983, anche a causa del bradisismo. Il nucleo originario dell’edificio risaliva alla metà del Settecento. Inizialmente era una masseria della mensa vescovile di Pozzuoli ed era stata data in enfiteusi alla famiglia Daniele. All’inizio dell’Ottocento il terreno e l’immobile furono acquistati da un nobile nobile napoletano. Si chiamava Francesco Ferraro. Villa Maria divenne un luogo di villeggiatura. Fu realizzato solo il primo piano e la ritroviamo così nelle foto Alinari. Un secondo piano fu costruito tra il 1919 ed il 1920. Stile liberty, la firma era di Ettore Vitale. Mio nonno, che si chiamava come me, acquistò Villa Maria nel 1929. Nel secolo scorso ha ospitato, tra l’altro, una scuola marittima”.

Una immagine di Villa Maria risalente al 1850

Dopo la morte del padre di Giuseppe Peluso, che era impiegato all’Alfa di Pomigliano d’Arco, l’immobile è andato incontro a 35 anni di inarrestabile declino. “Abbiamo provato a venderlo – racconta Giuseppe – ma poiché c’era già il primo vincolo di esproprio da parte di Eav, non abbiamo mai trovato un compratore. Qualcuno era interessato, ma ha desistito. Neppure noi eredi abbiamo mai provato ad aggiustare la villa – stimavamo che occorressero circa 400.000 euro – perché sapevamo che ce l’avrebbero tolta”. L’esproprio, secondo fonti di Eav, prevede un indennizzo di 800.000 euro per gli eredi Peluso. Alcuni dei quali, peraltro, sostengono che la cifra sia più bassa.

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