sabato, Novembre 27, 2021
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Arrestato il «Re Mida» dei rifiuti: voleva trasformare il Vallo di Diano nella nuova Terra dei fuochi

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Nell’ambito di una maxi-indagine sono stati coperti anche gli interessi del clan dei Casalesi, in affari con le cosche tarantine, nel mercato degli idrocarburi.

Una maxi operazione condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Salerno, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha portato all’esecuzione di 7 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone (una in carcere, cinque agli arresti domiciliari ed una sottoposta all’obbligo di dimora), ritenute responsabili dei reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale. L’unico finito in carcere è Luigi Cardiello, soprannominato il “Re Mida” dei rifiuti dopo le numerose indagini in materia ambientale che lo hanno visto protagonista tra gli anni ’90 e l’inizio del 2000. Il blitz rientra nell’inchiesta denominata “Shamar”, parola che in ebraico significa “custodire gelosamente, ritenere prezioso”, proprio in riferimento alla necessità di salvaguardare l’ambiente, anche quello della riserva naturale Foce Sele-Tanagro, in Campania.

Cardiello, infatti, avrebbe cercato di individuare terreni nel Vallo di Diano, in Campania, ma anche in Basilicata e in Puglia, dove scaricare soprattutto “liquami composti da acidi” che infliggevano ai campi “alterazioni incalcolabili e forse irreparabili per l’ecosistema”. In particolare, secondo la Dda di Potenza, il Vallo di Diano, sarebbe potuto diventare la “nuova Terra dei fuochi”. Tra le aree prese di mira dal “Re Mida” salernitano, anche terreni situati nel territorio di Tursi (Matera) e, “ancora a livello embrionale”, in provincia di Foggia.

L’indagine “febbre dell’oro nero”

L’inchiesta “Shamar” rappresenta un “filone” di una più ampia sulle frodi nel settore degli idrocarburi, denominata ‘febbre dell’oro nero’, che, sempre questa mattina, ha portato all’esecuzione di 45 misure cautelari (26 in carcere, 11 agli arresti domiciliari, 6 destinatari di divieto di dimora e due misure interdittive della sospensione dall’esercizio delle rispettive funzioni di due carabinieri per la durata di sei mesi) nei confronti di altrettanti 45 indagati, indiziati di associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. Nell’ambito dell’operazione sono finiti sotto sequestro anche beni immobili, aziende, depositi e flotte di auto-articolati per un valore complessivo di 50 milioni di euro.

L’indagine ha fatto emergere i rapporti tra distinte ma collegate organizzazioni criminali operanti a Lecce, Potenza e nel Vallo di Diano, e nella provincia di Taranto, tutte ruotanti intorno ad importanti famiglie mafiose, riconducibili al clan dei casalesi e tarantini, il cui core business era rappresentato da un contrabbando di idrocarburi che ha fatto guadagnare loro decine di milioni di euro. Beneficiando delle particolari agevolazioni fiscali che spettano al carburante di uso agricolo, questo veniva venduto, in ingenti quantità a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, utilizzando spesso le cosiddette pompe bianche.

I nominativi venivano forniti dai tarantini ai lucani, di derivazione casalese, così che le identità fiscali e i libretti Uma venissero clonate, consentendo alle imprese di fatturare in maniera fittizia la vendita del carburante per uso agricolo a ignari imprenditori, quando, in realtà, la vendita avveniva, in nero, a operatori economici, portando guadagni di circa il 50% sul costo effettivo. Il sistema telematico dell’Agenzia delle entrate veniva ingannato attraverso meccanismi informatici, così da non consegnare la fattura elettronica al cliente fittizio, che, quindi, rimaneva inconsapevole della finta vendita effettuata a suo nome.

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