Vaccino anti Covid (foto di repertorio)

Le anomalie del piano regionale per la somministrazione dell’antidoto al Covid

di Giancarlo Tommasone

La «prima linea» della lotta contro il Covid: ecco, dovrebbe ruotare tutto intorno a questo concetto. E nella categoria di prima linea va per forza, e logicamente, inserito il personale medico-infermieristico, sia quello che quotidianamente si trova a contrastare il virus, a esserne esposto, a rischio della vita, sia i medici (anche quelli di base), che ogni giorno entrano in contatto con pazienti, potenziali vettori di contagio da coronavirus. Facile comprenderlo, tranne che per la Regione Campania. Perché nel documento dell’Unità di crisi di Palazzo Santa Lucia e relativo alla priorità di chi deve essere sottoposto al vaccino, emergono alcune anomalie, sotto l’aspetto proprio della logica.

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Sono undici le categorie prioritarie, alle quali destinare le prime dosi di antidoto a disposizione della nostra regione (135mila in totale) per la prima fase, quella topica, delle vaccinazioni: 1) Personale medico e sanitario non medico, infermieristico, Oss, di strutture ospedaliere, pubbliche, private accreditate e classificate; 2) Operatori e ospiti delle RSA e case per anziani; 3) Operatori servizio 118 ed emergenza urgenza; 4) Restante personale e servizi operanti nelle strutture ospedaliere (pubbliche, private accreditate, classificate) e quello delle altre strutture sanitarie; 5) Direzioni strategiche degli enti sanitari; 6) Specialisti ambulatoriali, medici di medicina generale/pediatri di libera scelta e assistenti, medici in formazione, specializzandi, tirocinanti; 7) Farmacisti di comunità e assistenti, informatori scientifici; 8) Componenti unità di crisi regionale; 9) Volontari a supporto di attività sanitarie; 10) Operatori studi medici/veterinari e odontoiatrici; 11) Operatori laboratori privati accreditati.

Se andiamo a vedere nel dettaglio, la classificazione del piano vaccinale redatto per la nostra regione, possiamo renderci immediatamente conto come la categoria (al quinto posto) dei componenti delle direzioni strategiche degli enti sanitari (parliamo di manager delle Asl, che non devono essere necessariamente dei medici) abbia la priorità sui camici bianchi, e nel caso, anche sui medici di base («relegati» nella categoria numero 6). Nei fatti, i dirigenti delle aziende sanitarie locali vengono equiparati ai soggetti altamente a rischio, e la circostanza fa riflettere, perché, sempre per logica, non dovrebbe essere così.

Una cosa sono i medici, lo ribadiamo, in prima linea, che entrano in contatto con i pazienti, un’altra sono i manager, che dall’alto delle Asl, transitano assai raramente in corsia, tra l’altro compiendo spesso percorsi che li tiene a distanza dai degenti. Qualcuno potrà dire: nemmeno i medici di base sono in prima linea nella lotta al Covid. Ma, gli rispondiamo: sono comunque operatori sanitari assolutamente a rischio, e proprio nelle scorse settimane sono entrati in contatto con migliaia di assistiti che si sono vaccinati contro l’influenza. Assistiti, che va ancora sottolineato, sono potenziali vettori di infezione da Covid.

Giusto per ricordare a chi ha la memoria corta, i medici di base sono quelli che finora hanno pagato un dazio altissimo, molti sono caduti durante la pandemia. Non va dimenticato, tra questi, Gaetano Autore, che ha contratto il virus a marzo scorso, proprio nel suo studio, mentre era al lavoro a disposizione della comunità. Per lui, come per tantissimi suoi colleghi, non c’è stato niente da fare. L’antidoto, dieci mesi fa non c’era, oggi, forse sarebbe arrivato troppo tardi per salvargli la vita, perché prima, ci sarebbero stati da vaccinare i dirigenti delle Asl.

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