Il boss Edoardo Contini

di Giancarlo Tommasone

Vessato, picchiato, terrorizzato. Arriva perfino a implorare gli esponenti del clan di non fargli del male, nel tentativo di farsi dilazionare un pagamento. «Peppe, non farmi picchiare da nessuno», prega intercettato l’imprenditore, rivolgendosi a Giuseppe De Rosa, che con Giulio Barbella (entrambi considerati contigui al clan Contini) è indagato per questo episodio di usura ed estorsione. Le conversazioni emergono dall’ordinanza (a firma del gip Roberto D’Auria), relativa all’inchiesta condotta nei confronti dell’Alleanza di Secondigliano.

Centoventisei le misure cautelari emesse, gli indagati sono in totale, 214, tra essi i vertici dei clan Contini, Mallardo e Licciardi. E tra le storie riportate nelle «carte» delle indagini, anche quella di un imprenditore agricolo del Vesuviano, che a un certo punto, si vede risucchiato in una spirale da cui non riesce più a uscire, e alla fine metterà in vendita la sua casa, in pieno periodo natalizio, pur di ripianare il debito che sta consumando la sua esistenza e quella della propria famiglia. Il 20 novembre del 2012 viene intercettata una conversazione, dal contenuto inequivocabile.

Il boss di Giugliano, Francesco Mallardo
Il boss di Giugliano, Francesco Mallardo

«’O Giù, Peppe (Giuseppe De Rosa) mi deve dire solo che vuole fare, perché io, in mezzo a una strada, non ci vado a finire», spiega la vittima al suo interlocutore (l’indagato Giulio Barbella). «Io so che il 31 (ma vuole presumibilmente indicare fine mese di novembre, quindi il 30) si viene a prendere le chiavi della casa», risponde Barbella. «Sì, ma io le chiavi non gliele do. Che mi faccio Natale in mezzo a una strada? (…) Le chiavi non gliele do, Giulio», ribatte l’imprenditore.

Edoardo Contini e Nicola Rullo

Questi poi, parlando a Barbella, del contenuto di una telefonata avuta con De Rosa, gli racconta come sia stato pesantemente minacciato: «Ammazzategli i figli, ammazzategli i bambini», questo l’«ordine» che De Rosa, avrebbe dato a uno dei suoi parenti, per costringere la vittima a pagare. Nonostante l’imprenditore, ogni tanto dia segnali di ribellione («come principio non sono mai andato dalle guardie, ma adesso non tengo niente da vedere (…) questo (Giuseppe De Rosa) mi ha distrutto una vita»), alla fine, annotano gli inquirenti, deve cedere alla richiesta di De Rosa. «Il progetto di acquisire l’abitazione (dell’imprenditore) – annota il gip nell’ordinanza – trova conferma nell’iniziativa di Giuseppe De Rosa, in due conversazioni telefoniche».

Il primo dicembre del 2012, quest’ultimo concorda con l’imprenditore una visita presso la sua abitazione, per effettuare la valutazione dell’immobile da cedere. Dal dialogo intercettato emerge anche la volontà della vittima (che si trova al lavoro, fuori dalla Campania) di vendere la casa per poter pagare il debito e mettere fine a un incubo. «Io ti faccio aprire da mio nipote, gli fai vedere la casa a questo amico tuo», dice l’imprenditore.

Anna Aieta e Maria Licciardi

Che continua: «Io vorrei chiudere tutto per il 4 gennaio». Il sopralluogo presso l’abitazione dell’imprenditore si registra il 2 dicembre. Per chiudere subito la trattativa si agisce al ribasso, naturalmente viene fatta salva la quota di cui deve rientrare il clan, a tutto discapito dell’eventuale differenza (tra il prezzo della vendita e il pagamento del debito) che spetterebbe alla vittima, e che viene ridotta al minimo, se non annullata. Il valore della casa, secondo quanto ha indicato l’imprenditore, si attesta tra i 550 e i 600mila euro. Ma De Rosa, al telefono, gli spiega: «Ha detto l’amico che il prezzo è troppo caro, sono troppi i soldi che mi hai detto».