sabato, Agosto 20, 2022
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Un pezzo di lingua spedito al pentito chiacchierone

LA STORIA DELLA CAMORRA – Una lettera minatoria consegnata direttamente in carcere

Una delle scene più famose de ‘il Padrino’ è quella dove il produttore cinematografico Jack Woltz, svegliandosi al mattino, trova nel letto la testa mozzata del suo cavallo preferito. Una minaccia singolare per costringerlo ad assegnare a Johnny Fontane una parte in un film. Ma di minacce singolari sono state messe in atto anche nella realtà. Anche dalla camorra. Una delle più raccapriccianti fu ricevuta la mattina del 19 aprile del 1986 nel carcere di Benevento da un detenuto per costringerlo a non parlare.

Pasquale D’Amico, collaboratore di giustizia ed esponente di primo piano dell’organizzazione camorristica Nco, ricevette una lettera nella quale era stata accluso un pezzo di lingua umana, avvolto in un foglio dattiloscritto su cui erano riportate le seguenti minacce: «Questa è la lingua di un tuo amico. Adesso basta. Se non ritratti tutte le accuse che hai fatto ti manderemo la lingua dei tuoi familiari».

La missiva spedita da Caserta

La lettera espresso risultò spedita dalla posta della ferrovia di Caserta due giorni prima. La minaccia fu immediatamente denunciata dalla direzione del carcere alla procura della Repubblica che dispose un esame medico legale sul frammento di lingua contenuto nella lettera. Ma perché questo gesto così clamoroso? Chi era il collaboratore di giustizia da meritare tutta questa attenzione? Pasquale D’Amico, ex capozona di Secondigliano, era uno dei pentiti più noti del clan di Raffale Cutolo. Condannato nel 1979, durante il cosiddetto primo processo storico all’organizzazione camorristica di Cutolo, era il responsabile – per sua stessa ammissione – di alcuni omicidi avvenuti in carcere.

Riuscì ad evadere da una caserma

Accusatore, tra gli altri, del cantante Franco Califano e del presentatore televisivo Enzo Tortora (entrambi completamente assolti), cominciò a pentirsi poco prima del maxi-blitz contro la camorra avvenuto il 17 giugno 1983. Evaso, insieme con altri due pentiti – Achille Lauri e Salvatore Zanetti – a pasqua del 1984, da una caserma attigua alla Questura di Napoli, fu poi catturato dalla polizia due giorni dopo in un appartamento di proprietà di un’amica, a Casoria. La lingua mozzata però non fu l’unica minaccia.

Contro la sua abitazione nel popoloso quartiere di Secondigliano, a Napoli, alcuni mesi prima, sconosciuti misero in attentato un dinamitardo. Minacce che ebbero successo visto che il boss durante alcuni processi non volle più rispondere alle domande dei giudici. «Non voglio rispondere – ha più volte spiegato – perché la mia famiglia non è sufficientemente protetta».

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