A sinistra Cosimo Di Lauro, a destra Raffaele Amato

LA STORIA DELLA CAMORRA Il collaboratore di giustizia: fu la goccia che fece traboccare il vaso, e portò alla scissione

L’adagio che si sente ripetere in molti film di genere, quando si parla della causa che ha portato a un omicidio è: niente di personale, è una questione di affari. Ma siccome le organizzazioni malavitose sono composte da uomini, la sfera «personale» ha un ruolo fondamentale rispetto alle scelte da compiere, siano essere relative a fatti di sangue, allontanamento da vecchi amici, o scissioni da intraprendere.

E allora, c’è poco da meravigliarsi, se dietro l’implosione del clan Di Lauro (con l’avvento degli Scissionisti e la susseguente faida di Scampia e Secondigliano), almeno secondo quando sostengono alcuni collaboratori di giustizia, ci sarebbe stata un’offesa subita da Raffaele Amato, una mancanza di rispetto che ’o Lello (come è meglio conosciuto nell’ambiente criminale) non si riuscì a mandare giù. Dell’episodio rendiconta Antonio Prestieri (nipote degli ex boss Maurizio e Tommaso, quest’ultimo deceduto lo scorso novembre).

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«I rapporti tra Raffaele Amato e Cosimo Di Lauro erano già tesi, perché Cosimo trattava Amato come un subalterno, non rispettando il ruolo che questi ricopriva nel clan. L’episodio che però fece traboccare il vaso – fa mettere a verbale Prestieri – si registra ben un anno prima dell’omicidio di Luigi Aliberti (affiliato ai Di Lauro ucciso il 29 settembre del 2004, ndr). Successe infatti che Nunzio Di Lauro (fratello minore di Cosimo, ndr) litigò, per futili motivi, con il figlio di un affiliato al clan Licciardi. I due giovani, mi pare si erano anche picchiati».

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Per appianare la controversia, spiega il pentito, Raffaele Amato (futuro capo degli Scissionisti) «si era recato (dall’affiliato dei Licciardi), che aveva una piazza di spaccio nel Rione 167 di Secondigliano, vicino alla 33. E’ lì che avvenne l’incontro». L’incontro non andò bene. «Amato riferì a Cosimo Di Lauro che (l’affiliato ai Licciardi), invece di soprassedere sulla questione, si innervosì e minacciò di morte lo stesso Amato. Quindi quest’ultimo disse a Cosimo che lui era intenzionato a uccidere (la persona che lo aveva minacciato di morte)».

Ed è a questo punto, che entra in gioco «la goccia che fece traboccare il vaso». Perché «dal canto suo – riferisce Antonio Prestieri ai pm –, Cosimo Di Lauro ordinò a Raffaele Amato di non prendere iniziative perché essendo lui il capo, soltanto lui poteva decidere chi si doveva uccidere». «Io non sono stato presente a quella discussione, me la riferì direttamente Cosimo. Dopo quella discussione Raffaele Amato si allontanò da solo dal Terzo Mondo», dichiara il collaboratore di giustizia. ’O Lello si trasferì in Spagna e da lì dettò la linea per la scissione.

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