(Nelle foto i pentiti Pasquale Pesce e Gennaro Carra)

L’ex boss Pasquale Pesce svela l’antefatto che portò alla sparatoria la cui conseguenza fu il tentato omicidio dell’affiliato Francesco Minichini: «È vivo solo perché la pistola si è inceppata»

di Luigi Nicolosi

Una serie di banali insulti lanciati all’indirizzo dei rivali del quartiere confinante dietro uno degli ultimi rigurgiti della faida di Napoli Ovest. Francesco Minichini, esponente del clan Pesce-Marfella di Pianura, sarebbe stato vittima di un agguato scaturito da una precedente sparatoria innescata da alcune offese che il gruppo Cutolo aveva rivolto verso alcuni uomini di fiducia dell’allora boss Pasquale Pesce “’e bianchina”. A rivelare oggi il singolare retroscena è proprio l’ex ras, da alcuni anni collaboratore di giustizia: «Siccome alcuni ragazzi erano andati al rione Traiano per acquistare erba nella piazza di spaccio gestita da zio “’o chiatto”, parente dei Borotalco, essendo sposato con una sorella, in quel frangente furono insultati perché provenienti da Pianura».

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Roba demenziale, quasi da ridere, se non fosse che quello che ne è poi derivato è stato uno spargimento di piombo e sangue che avrebbe potuto avere esiti ben più nefasti di quanto poi effettivamente avvenuto. Ad andarci di mezzo, ferito da alcuni colpi di pistola, fu infatti Francesco Minichini, vittima di un agguato i cui responsabili, l’ex ras Gennaro Carra e Fabio Annunziata, sono stati individuati e assicurati alla giustizia poche settimane fa. Proprio Carra, per anni figura al vertice del clan Cutolo, è stato l’ultimo in ordine di tempo a fare luce sulla vicenda. Le sue dichiarazioni si sono rivelate fondamentali in quanto hanno dato riscontro a quanto in precedenza rivelato dall’ex capoclan Pasquale Pesce, il quale aveva a propria volta fornito alcune informazioni in merito all’origine di quella breve ma violentissima fibrillazione camorristica.

Sul punto, ecco le inedite dichiarazioni messa a verbale da Pesce “’e bianchina”: «Riconosco la persona raffigurata in foto, si tratta di “’o coniglio”, che di cognome fa Annunziata. Conosco il padre che si chiama Raffaele Annunziata. È affiliato ai Borotalco della “44”. Non ho avuto contatti diretti con lui ma l’ho visto nel rione Traiano quando andavo per incontrare Genny Carra e “’o Checco”. So che faceva parte del gruppo di fuoco. So che ha sparato a Francesco Minichini». Ed è a questo punto che il racconto del collaboratore di giustizia entra finalmente nel vivo con importanti delucidazioni in merito al grave fatto di sangue: «Genny Carra guidava il mezzo, un Honda Sh, e Annunziata sparò. Me lo raccontò Francesco Minichini quando uscì dall’ospedale. Minichini era un mio affiliato. L’agguato ai suoi danni fu la risposta a un’azione di fuoco che avevo ordinato io. Siccome alcuni ragazzi di Pianura erano andati al rione Traiano per acquistare erba nella piazza di spaccio gestita da zio “’o chiatto”, parente dei Borotalco, essendo sposato con una sorella, in quel frangente furono insultati perché provenienti da Pianura».

La risposta dell’allora boss pianurese non si fece ovviamente attendere: «Inviai nel rione “44” Massimiliano Schiano e Alfredo Rosati per uccidere chiunque trovassero sulla piazza di spaccio, ma soprattutto il gestore ”o zio chiatto”. A sparare fu Rosati, per come ci raccontarono. Si avvicinarono alla piazza e Rosati scese dall’auto, una Iq di colore prugna intestata a Schiano. Rosati sparò verso due persone le quali si ripararono in un palazzo. A questo punto Rosati sparò contro l’abitazione di “’o zio chiatto”. La pistola era una calibro 9×21. Sparò parecchie botte. A causa di questa azione fu preso di mira Francesco Minichini, anche perché era un obiettivo facile in quanto non sapeva nulla dell’accaduto, era un nostro affiliato e abitava proprio nel rione Traiano». L’obiettivo designato, ferito alle gambe e all’inguine, non fu però assassinato soltanto perché all’ultimo momento la pistola impugnata da Annunziata si sarebbe inceppata.

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