giovedì, Agosto 18, 2022
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«Un’antenna per intercettare i telefonini e proteggere Riina dalla polizia»

’Ndrangheta stragista, agli atti del processo i verbali del pentito Leonardo Messina: io mi occupai di far installare il dispositivo

Tra l’agosto del 1991 e l’inverno del 1992, l’allora capo della cupola mafiosa, Totò Riina, insieme all’altro padrino dei corleonesi, Bernardo Provenzano, si trovava ad Enna. Qui si svolsero alcune riunioni dei vertici di Cosa nostra siciliana, per discutere del progetto separatista, e dell’avvio della stagione stragista. La circostanza emerge da riscontri investigativi, ma pure dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I verbali degli interrogatori sono allegati agli atti del processo ’Ndrangheta stragista, che la scorsa estate si è concluso con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. A parlare del «soggiorno» ennese di Riina è stato tra gli altri, il pentito Leonardo Messina.

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«Durante la permanenza di Riina e degli altri nella zona di Enna, io incaricai tale R., figlio di una persona che ha un negozio a San Cataldo, di predisporre e collocare nella zona dove Riina e gli altri si riunivano, un’apparecchiatura che serviva ad intercettare sia i telefonini sia le radio della polizia per garantire la sicurezza dei vertici di Cosa nostra», dichiara il collaboratore di giustizia, nel corso dell’interrogatorio del 3 giugno del 1996. «Io non dissi a R. – continua Messina – a quale scopo servisse l’apparecchiatura, né che in quella zona si trovavano Riina e gli altri. Lui fu costretto ad acquistare a Catania un’antenna più potente di quella originariamente installata. Poi fu portato sul luogo, che io non conosco, da due uomini d’onore». «Le riunioni che si svolsero dall’agosto in poi – racconta ancora il pentito – furono preparatorie della riunione allargata tenutasi nel febbraio del ’92. Dopo tale ultima riunione, Miccichè (Liborio, uomo di onore di elevato spessore, consigliere provinciale e capo della famiglia mafiosa di Pietraperzia, ndr) mi disse che era stato deciso di uccidere il giudice Giovanni Falcone. Non mi parlò degli altri argomenti che erano stati discussi».

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