Fabio Manduca

La conversazione intercettata e il post su Facebook

Anche ieri mattina, stava per non rispondere alle domande degli inquirenti. Alla fine, però, Fabio Manduca (arrestato venerdì scorso per l’omicidio di Daniele Belardinelli), assistito da un avvocato d’ufficio, perché i suoi legali non si sono presentati, ha deciso di non avvalersi della facoltà di stare in silenzio. E si è difeso, ammettendo di guidare la Renault Kadjar. «Ma non l’ho investito io, io non sono un tifoso del Napoli, ma mi piace l’Inter, mi sono anche tesserato nella tifoseria dell’Inter il 21 dicembre scorso», ha detto Manduca.  L’interrogatorio di garanzia alla presenza del gip Guido Salvini e del pm Rosaria Stagnaro, è durato circa un’ora, il 39enne di Arzano attraverso risposte e dichiarazioni spontanee, ha sostanzialmente negato di aver investito Belardinelli, spiegando che lui, con la sua Renault Kadjar all’inizio degli scontri di Via Novara, è «andato dietro alla volante della polizia», che seguiva una parte della carovana degli ultrà del Napoli. Continuando sulla linea che lo ha portato a esternare la sua «simpatia» per i colori nerazzurri, ha dichiarato pure: «Sono anche andato a vedere Barcellona-Inter a Barcellona».

Il post pro Napoli
sulla bacheca Facebook
dell’indagato

Anche se, il 27 giugno scorso, sul suo profilo Facebook, condivide un articolo in cui si parla del probabile arrivo dell’ex capitano dell’Inter, Maurito Icardi al Napoli, e Maduca lo introduce con un entusiasta: dai così. E sulle persone che erano in auto con lui, quattro, ha detto di conoscere «solo Giancarlo Franco (fratello di Vincenzo, capo dei Mastiffs), sono un suo amico, gli altri tre li ho conosciuti quella mattina», ha dichiarato Manduca, che vanta una decina di precedenti, anche per truffa e ricettazione.

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E’ la seconda volta che il 39enne interviene sul caso che lo vede coinvolto. Sentito il 7 gennaio scorso, come teste, aveva però raccontato di aver superato, accelerando «due minivan», la sera del 26 dicembre (quando sono avvenuti i fatti, prima del match Inter-Napoli). Da indagato, Manduca si è avvalso per due volte della facoltà di non rispondere. Ieri  ha dichiarato dunque, di non essere un ultras del Napoli, ma addirittura di avere simpatia per l’Inter, e di non aver investito Belardinelli. Quest’ultima circostanza sarebbe smentita dai contenuti di una conversazione che Manduca intrattiene telefonicamente con tale Agostino, un suo amico. Scrive il gip, al riguardo: «In una conversazione intercorsa tra Manduca e un amico, avvenuta il 6 aprile 2019 emerge con chiarezza che Fabio Manduca ha piena consapevolezza dell’investimento di Daniele Belardinelli. Infatti nella telefonata (in oggetto) Manduca, per giustificare l’investimento, descrive la modalità secondo cui Belardinelli si sarebbe buttato sotto l’autovettura con la chiara intenzione di escludere la propria responsabilità. “Quale omicidio, quello si è lanciato lui davanti alla macchina…fratello” (dice Fabio ad Agostino)».

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Tornando invece alla circostanza relativa alla presunta «simpatia» che Manduca ha detto di avere per l’Inter e al fatto che non fosse un ultras del Napoli, nelle conversazioni intercettate e riportate nell’ordinanza di custodia cautelare, il 39enne solo in un’occasione prende le distanze dal mondo della tifoseria organizzata. E’ sempre al telefono con Agostino, durante la stessa conversazione del sei aprile. Agostino dice: «Perché vogliono mettere fine a qualsiasi disordine che ha che fare con gli stadi capito, con la motivazione che si faccia qualcosa, si prenda… e ma prendete a chi dovete prendere, prendete a chi dovete prendere». Al che Fabio sottolinea: «E… ma io mica sono (incomprensibile) dello stadio». Intercettazione, che letta così, potrebbe avallare la estraneità con ambienti ultras, di cui l’indagato ha parlato ieri davanti al gip.

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Comunque, non sembra appaia alquanto semplice far passare questa linea. Tra l’altro, per gli inquirenti, Manduca «ha una spiccata capacità criminale (che) si evince dalla ricostruzione contenuta nella nota del 24 luglio del 2019 della Digos di Milano: a  partire dal 1998 l’indagato ha commesso una serie di  reati contro il patrimonio quali ricettazione, furto e commercio di prodotti falsi, truffe più articolate in concorso con soggetti di analogo profilo». All’indagato si riconosce, dunque, anche una spiccata abilità nel mistificare, propria di chi commette «truffe articolate».