Il killer del clan Di Lauro, Ugo De Lucia

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Brano tratto dal libro «Faida di Camorra» (Newton Compton, 2009)

Fuori fa freddo. La temperatura è rigida. Dentro, invece, il gelo non si avverte. Al “Mouline Rouge”, a Poprad, Repubblica Slovacca, il fumo delle sigarette brucia gli occhi tanto è penetrante. Camerieri indaffarati stappano bottiglie di champagne ai clienti sui divanetti, mentre le ragazze fanno cadere pochi vestiti striminziti e iniziano a ballare. La tana del lupo. E’ qui che inizia la fine della latitanza di Ugo De Lucia, il più feroce killer del clan Di Lauro. Dietro quei camerieri, confusi tra gli spettatori, ci sono gli 007 di due Nazioni lanciati sulle sue tracce. Lo riconoscono.

Lo seguono con discrezione, sanno
dove si ritirerà a dormire. Lo arresteranno.
Ugo De Lucia ha giocato una partita difficile, una latitanza a centinaia di chilometri
di distanza

Il primo match se l’è aggiudicato lui, riuscendo a sottrarsi alla cattura il 7 dicembre, nel corso del maxi-blitz che ha portato in carcere cinquantatrè persone. E’ un personaggio scaltro, Ugariello, malgrado la giovane età. Prestante fisicamente, carattere irruento, una passione sfrenata per le moto e la velocità: le informative della squadra mobile di Napoli sono ricche di dettagli, spunti, riscontri. E’ lui il braccio armato della famiglia di Cupa dell’Arco, il comandante in capo a cui è stato affidato il compito di sterminare i ribelli. Uno a uno. Evita le manette una prima volta, poco meno di tre mesi fa. Scappa, braccato dallo Stato e dall’Antistato.

La polizia di Napoli lo conosce, lo ha arrestato altre volte.
Sa come potrebbe muoversi, quali nascondigli predilige.
A chi potrebbe chiedere aiuto

E al magistrato che conduce le indagini questo vantaggio non sfugge. Della famiglia De Lucia aveva già avuto modo di occuparsi nell’inchiesta del 2002, quando la giustizia decise di smantellare l’impero dell’imprendibile Paolo Di Lauro. Allora non si parlava ancora di Ugariello, ma del padre. Lucio De Lucia, capozona del rione Berlingieri, ex affiliato negli anni Ottanta al clan Licciardi e presto trasmigrato nelle fila dell’esercito del boss senza volto. Il pubblico ministero affida allora le indagini alla sezione Narcotici della squadra mobile. Gente sveglia, che sa come trattare con certi personaggi. Mastini che non mollano la preda, una volta fiutata. Scoprono che fino a dicembre il “mostro” – come lo chiamano i nemici – si nasconde tra Secondigliano, Scampia e i paesi della provincia vicina.

Ci vanno vicini a prenderlo, una seconda volta.
Il ricercato scappa, vince il secondo match

Ma gli agenti non si arrendono, anche se le loro antenne non captano più segnali. De Lucia sembra inghiottito nel nulla. Prende consistenza l’ipotesi che sia fuggito all’estero. Sì, ma dove? Intanto, si recuperano vecchi faldoni sui precedenti del giovane sicario. Una incriminazione per omicidio ad appena diciott’anni. Uccise uno spacciatore del suo gruppo per uno sgarro. Ma non è mai stato condannato per quel delitto. Qualche tempo prima, minorenne, in corso Umberto, prese in ostaggio un commerciante e lo imbavagliò. In pugno, una pistola calibro 38 special. Anche allora, furono gli agenti della Mobile a stringergli le manette ai polsi. Ora, però, è diverso: Ugo gode della stima del boss Di Lauro e della potente rete di protezioni e connivenze nazionali e internazionali che questi si è costruito coi miliardi della droga. Potrebbe essere ovunque.

Sì, ma dove? L’intuizione
arriva dopo pochi giorni

Pedinando i familiari di De Lucia, la polizia si accorge di un’assidua frequentazione con un gruppo di magliari, la famigerata cellula commerciale della camorra spa con affari (illeciti) in mezzo mondo: trapani e macchine fotografiche contraffatti, truffe, abbigliamento in finta pelle e biancheria. Li seguono e si accorgono che questi magliari hanno proprio Poprad come base operativa. Un indizio, niente di più. Ma sarà quello che porterà al successo. Un lavoro di intelligence come quelli di una volta, senza intercettazioni telefoniche. Il cellulare di Ugo De Lucia è muto da dicembre. Inutile provare. I mastini della Narcotici si accorgono che un familiare del latitante scambia alcune lettere con uno dei magliari. Secondo indizio, qualcosa s’intravede. Stessa scena qualche tempo dopo, solo che stavolta oltre alle lettere c’è anche un ricambio di biancheria. Tre indizi fanno una prova.

Si organizza una squadra che possa
recarsi in Slovacchia per seguire questi zingari del commercio, per capire
a chi consegnano quelle lettere

La scelta è quasi obbligata. Dall’aeroporto decollano una squadra tattica della Narcotici di Napoli e un gruppo scelto dell’Interpol di Roma. Il perché è scontato: non esiste sezione della squadra mobile che conosce meglio Ugariello dopo anni e anni di indagini, di pedinamenti, di riprese e fotosegnalazioni. La lepre porta i segugi a Poprad, un borgo più che una vera e propria città. Gente tranquilla, che forse nemmeno conosce cosa significa la parola camorra.

Il libro «Faida di camorra» (Newton Compton, 2009)

Qui si vive di un po’ di turismo, è una località sciistica. Le prime trasferte sono difficili, bisogna prendere contatto con le autorità locali, instaurare un buon rapporto con la polizia slovacca. E soprattutto cercare di non farsi scoprire. Nei pedinamenti si alternano uomini a ritmo serrato, si cambiano auto per non destare sospetti. Chi sosta davanti a un bar per più di dieci minuti è bruciato.

Deve lasciare la postazione a qualcun altro. Il sospetto è un seme che impiega poco a germogliare. L’intesa con le forze dell’ordine del posto è buona. Da subito, anche grazie alle precedenti indagini sul traffico di stupefacenti dall’Est condotte dalla questura di Napoli. Ma quando i servizi segreti slovacchi si ritrovano tra le mani il dossier su Ugo De Lucia sbiancano in volto. Non erano preparati a dare la caccia a un criminale di così elevato spessore. Il grado di pericolosità che gli attribuiscono è di primo livello.

Ciò significa che il killer del rione Berlingieri è pericoloso quanto un terrorista di Al Qaeda, spiega uno 007
a un poliziotto partenopeo. Cambia la tattica.
I servizi di appostamento e la profonda conoscenza
dei paesi dell’Est dell’Interpol iniziano
a dare i primi risultati

La polizia individua un albergo di lusso, dove alcuni magliari si fermano prima di ripartire per Napoli. E quando arrivano, hanno sempre una borsa, un pacco, una lettera da consegnare a qualcuno che alloggia lì. È passata una settimana. I viaggi tra Napoli e la Slovacchia si fanno sempre più frequenti, fino a quando arriva la certezza che il mostro si trova in quell’hotel. Sono passati quattro anni dall’unica foto segnaletica in circolazione e il suo volto è cambiato (racconta il pentito Pietro Esposito che nell’incendio dell’auto di Gelsomina Verde, Ugariello si bruciò una parte dei capelli e le sopracciglia e fu costretto a rasarsi a zero); ma non in maniera così profonda da ingannare un esperto poliziotto napoletano che lo riconosce (malgrado gli occhiali scuri) nella hall dell’albergo, dove nel frattempo alcuni agenti avevano fittato una camera per seguirne meglio le mosse.

Scatta il piano

Ai poliziotti della Narcotici e dell’Interpol si uniscono venticinque uomini del reparto Swat, il gruppo d’intervento speciale della polizia slovacca. Passa ancora una settimana perché il comandante non vuole rischiare. E dispone un allenamento speciale di sette giorni per gli uomini che dovranno catturarlo.

Costruiscono finanche un modello
della stanza in cui alloggia,
grazie alla piantina dell’albergo,
per simulare l’azione decine, centinaia di volte

Si allenano notte e giorno, mentre gli investigatori italiani seguono gli spostamenti di Ugariello. Sanno che non possono sbagliare, che si trovano di fronte un criminale astuto, capace di tutto. Qualcuno si ricorda dei trascorsi pugilistici di De Lucia e si attrezza di conseguenza. Le notti nei night passano tranquille.

Nessuno si è accorto di nulla, nemmeno al “Mouline Rouge”. Pochi giorni prima dell’irruzione, arriva una notizia che rischia di mandare tutto all’aria. Il reparto speciale slovacco deve tornare nella capitale, dovrà proteggere il presidente Vladimir Putin in visita ufficiale. Passano altri sette giorni. Ma sono gli ultimi. I dettagli vengono rifiniti in maniera ossessiva. Ritornano gli Swat, finalmente si parte.

L’albergo viene invaso da centinaia di poliziotti invisibili che sorvegliano vie di fuga, balconi, finestre e tetti. Passamontagna, tuta nera e carabina col puntatore laser. La porta della stanza del ricercato numero uno viene abbattuta. Il luogotenente che avrebbe dovuto ricostruire le fila del clan Di Lauro dopo la guerra degli ultimi mesi è immobile vicino al letto. Così termina la fuga di Ugo De Lucia. Così il mostro perde la partita, dopo aver vinto i primi due round.

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