(nelle foto la vittima Gianluca Cimminiello, la scena del crimine e il ras Arcangelo Abete).

La famiglia del giovane, vittima della criminalità organizzata, dovrà attendere ancora quasi un mese per sapere se riuscirà ad avere giustizia fino in fondo o meno.

di Luigi Nicolosi.

Gianluca Cimminiello e i suoi familiari dovranno aspettare ancora quasi un mese per sapere se riusciranno ad avere giustizia fino in fondo o meno. Stamattina ha subito l’ennesimo rinvio il processo d’appello che vede alla sbarra il boss scissionista Arcangelo Abete e il presunto sicario Raffaele Aprea. Gianluca Cimminiello, il 32enne tatuatore ucciso il 2 febbraio del 2010 nel suo negozio di Casavatore, è – vale la pena ricordarlo – una vittima innocente della camorra.

L’udienza fissata per stamattina davanti alla quarta sezione della Corte d’assise d’appelli di Napoli è slittata al prossimo 17 marzo a causa dell’indisponibilità per febbre di uno dei giudici popolari. Un imprevisto che non ha però scalfito l’ottimismo dei familiari di Cimminiello e in primis della sorella Susy che da anni si batte affinché gli assassini del fratello vengano condannati al massimo della pena. Del resto proprio Aprea e il boss Abete avevano già rimediato l’ergastolo nel primo processo di primo grado conclusosi nel giugno 2018. Era stata questa la sentenza pronunciata per Abete e Aprea, considerati rispettivamente il mandante e l’organizzatore dell’omicidio di Gianluca Cimminiello, tatuatore di 32 anni, assassinato dalla camorra il 2 febbraio del 2010. Commozione in aula da parte dei familiari dell’uomo trucidato come un boss per aver reagito ad un pestaggio voluto dal clan Amato-Pagano di Secondigliano dopo una foto che Cimminiello aveva pubblicato sui social nei quali mostrata un fotomontaggio nel quale sembrava che tatuasse il calciatore Lavezzi.

Questo aveva fatto scatenare la gelosia di un concorrente, che più volte aveva chiesto a Cimminiello di cancellare l’immagine che, a suo dire, poteva danneggiarlo con una concorrenza sleale. Ma Gianluca, che era un guerriero con un carattere forte, oltre che un artista, aveva più volte detto di “no”. Allora il “cubano” si rivolse alla camorra per dargli una lezione. Solo che quella sera, nello studio di Casavatore, in provincia di Napoli, Gianluca picchiò i suoi aggressori e tra loro c’era anche uno dei nipoti del boss Cesare Pagano, il quale andò dallo zio a raccontare l’affronto subito: uno sgarro che di lì a breve sarebbe stato pulito con il sangue. E così fu progettato l’agguato.

In precedenza già Vincenzo Russo, il secondo uomo del commando, aveva rimediato l’ergastolo in via definitiva. Quanto al boss Arcangelo Abete, come hanno ricostruito i pentiti, all’epoca si trovava a Milano agli arresti domiciliari quando decise che Cimminiello doveva morire. Il delitto sarebbe stato un “piacere” da rendere agli alleati di cartello della fazione Amato-Pagano per una precedente maxi-partita di cocaina. E così contattò “Lello” Aprea che a sua volta chiamò Russo che quella maledetta sera prese la pistola e fece fuoco. Una vendetta atroce e gratuita, per la quale i responsabili potrebbero essere presto inchiodati a una nuova condanna esemplare.