giovedì, Luglio 7, 2022
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Ucciso e sepolto nella faida: fuori il killer del clan Pagano

Omicidio D’Andò, scarcerato per problemi di salute il sicario reo confesso Giosuè Belgiorno, uomo di massima fiducia del boss maranese Mariano Riccio

di Luigi Nicolosi

Problemi di salute per il killer della faida, scatta la scarcerazione a sorpresa. Il Tribunale del Riesame questa mattina ha concesso gli arresti domiciliari a Giosuè Belgiorno, condannato a vent’anni di reclusione per l’omicidio Antonio D’Andò, ucciso e sepolto nelle campagne di Arzano durante il breve ma sanguinosissimo scontro tra le famiglie Amato e Pagano, i due gruppi al vertice del cartello degli Scissionisti di Secondigliano. I giudici della decima sezione del Tribunale delle Libertà hanno dunque accolto l’istanza con la quale i difensori Raffaele Chiummariello e Massimo Autieri hanno rappresentato l’incompatibilità del proprio assistito con il regime carcerario nel pieno dell’emergenza coronavirus. Giosuè Belgiorno, detenuto nel carcere di Secondigliano, a seguito di perizia di un consulente tecnico di parte stamattina ha quindi lasciato la casa di reclusione per andare agli arresti in casa.

Antonio D’Andò, fedelissimo del clan Amato, fu ucciso nel febbraio del 2011 nell’ambito dello scontro interno con la famiglia Pagano. La vittima, stando a quanto ricostruito in questi anni dai collaboratori di giustizia e in particolare dal pentito Giovanni Illiano, era entrata in rotta di collisione con Mariano Riccio: da qui la decisione di eliminarlo e farne sparire il cadavere. Le indagini sul caso sono arrivate a una prima svolta il 2 ottobre del 2018 quando, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, finirono in manette proprio il ras Riccio, da tempo detenuto al regime del carcere duro, e suoi sei uomini di fiducia. Altri sei affiliati furino invece indagati a piede libero. Il giovane ras, 29 anni da compiere nel prossimo giugno, a marzo aveva poi ammessa il proprio coinvolgimento nell’assassinio del “ribelle” del clan Amato-Pagano e lo fece inviando una lettera al gup. La mossa del boss aveva innescato una reazione a catena. Altri quattro imputati nel processo celebrato con il rito abbreviato aveva infatti infatti ammesso gli addebiti in aula. A vuotare il sacco sono stati Emanuele Baiano (cognato di Mariano Riccio), Giosuè Belgiorno, Ciro Scognamiglio “Bambulella” e Mario Farraiuolo: in pratica l’intero commando che il 22 febbraio del 2011, subito dopo l’assassinio di D’Andò, si occupò di occultarne il cadavere. Sul punto è stato proprio il boss maranese a fornire nella missiva inviata al giudice pochi le principali delucidazioni. Nella sua lettera Riccio, che è anche il genero del boss Cesare Pagano, aveva spiegato di essere in grado «di fare ritrovare il corpo di D’Andò, dal momento che la decisione di ucciderlo fu la mia». Cosa che poi effettivamente avvenne il mese successivo.

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