Washington respinge la proposta per riaprire lo Stretto. Intanto nuove ricostruzioni riaccendono il caso degli allarmi prima del 7 ottobre
Donald Trump ha respinto il piano iraniano per riaprire lo Stretto di Hormuz e fermare i combattimenti. Teheran proponeva un percorso di sette giorni, ma Washington ha detto no. A confermare il rifiuto è stato lo stesso presidente americano.
Teheran mette sul tavolo sette giorni
Il piano prevedeva una sequenza precisa: cessazione delle ostilità, sblocco di beni iraniani, alleggerimento delle sanzioni sul petrolio, fine del blocco navale e, alla fine del percorso, riapertura dello Stretto.
È lo stesso fronte che Stylo24 segue da mesi, dalla crisi tra Trump, Teheran e lo Stretto di Hormuz alle trattative che hanno provato a riaprire uno spazio diplomatico.
Trump dice no e tiene alta la pressione
«Hanno fatto una proposta, ma io l’ho rifiutata», ha detto Trump. Secondo il presidente americano l’Iran cerca un accordo perché la pressione economica e militare comincia a pesare.
Sul tavolo resta anche la ricostruzione, attribuita dal Wall Street Journal a funzionari statunitensi anonimi, secondo cui Trump avrebbe valutato una ripresa dei bombardamenti dopo le elezioni di metà mandato. Al momento si tratta di un’indiscrezione giornalistica, non di una decisione annunciata dalla Casa Bianca.
Dall’Iran all’Ucraina, Trump tiene aperti più tavoli
Nelle stesse ore il presidente americano ha parlato della guerra tra Russia e Ucraina, auspicando un’intesa tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.
Nel materiale di partenza compare anche il colloquio tra i ministri degli Esteri russo e tedesco, mentre Trump ha escluso la necessità di un’operazione militare contro Cuba e ha detto di preferire un accordo.
Intanto riemerge il dossier sugli avvertimenti prima del 7 ottobre
Sul fronte israeliano una ricostruzione di The Atlantic sostiene che Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, raggiunse Israele poco prima dell’attacco di Hamas per segnalare il rischio di una forte escalation a Gaza.
L’avvertimento, secondo quanto riportato, non avrebbe indicato né il giorno esatto né il piano operativo dell’attacco. È una differenza sostanziale, perché separa il sospetto di una crisi imminente dalla conoscenza concreta di ciò che Hamas stava preparando.
Netanyahu continua a negare di essere stato avvisato
Il premier israeliano sostiene di non avere ricevuto un preavviso specifico dell’attacco. Le nuove ricostruzioni parlano invece di segnali giunti dall’Egitto e, secondo altre fonti, anche dagli Emirati Arabi Uniti.
Il punto è proprio questo: sapere che Gaza può esplodere non equivale automaticamente a conoscere in anticipo tempi, modalità e obiettivi dell’assalto.
Gli allarmi diventano materiale da campagna elettorale
La disputa si sposta inevitabilmente nella politica israeliana. Le responsabilità precedenti al 7 ottobre, i rapporti tra governo e servizi di sicurezza e la gestione della guerra entrano nel confronto elettorale.
Stylo24 aveva già seguito le tensioni tra Trump e Netanyahu sulla gestione del conflitto regionale. Ora i due fronti si incrociano ancora: Hormuz tiene aperta la crisi con l’Iran, mentre in Israele torna la domanda su ciò che le autorità sapevano prima dell’attacco di Hamas.

















