Per ogni 10mila numeri di telefono «venduti» si guadagnavano mille euro

In totale, le misure emesse dalla Procura di Roma, ed eseguite dalle forze dell’ordine, sono 20. Tra gli indagati anche dipendenti (considerati «infedeli)» di Tim (parte lesa). L’inchiesta è partita proprio dopo la denuncia di Telecom Italia Spa. Secondo quanto si evince dall’ordinanza a firma del gip, Alessandra Boffi, milioni di dati sensibili, e di numeri telefonici, «sono stati carpiti illecitamente dai database delle compagnie telefoniche» e venduti a call center.

I numeri dell’operazione,
i nomi di tutti gli indagati

La misura dei domiciliari è stata disposta nei confronti di Nicola Napolitano (nolano, classe 1957); Valerio Ferrigno (di San Giorgio a Cremano, classe 1986); Emmanuele Nasta (napoletano di San Carlo all’Arena, classe 1987); Francesco Liguoro (47enne di Via Epomeo, Napoli); Giuseppe Braca (salernitano, classe 1974); Michael Stankiewicz (residente a Roma, classe 1979); Pasquale De Sivo (napoletano di 33 anni); Paolo Pastore (maranese, classe 1980); Raffaele Grimaldi Capitello (di Caivano, classe 1977); Alfonso Vicario (napoletano di 37 anni); Salvatore Edoardo Brancale (residente a Melito, classe 1992); Salvatore Farina (39enne di Torre Annunziata, residente a Scafati, provincia di Salerno); Achille Grimaldi (napoletano di 35 anni). Invece, sono stati sottoposti all’obbligo di dimora nel comune di residenza: Ugo De Luca (napoletano, classe 1985); Angelo Guarino (trentenne melitese); Raffaele Maddaluno (di Torre del Greco, classe 1972); Marco Marinozzi (33enne di Marino, Roma); Raimondo Ordano (40enne di Santa Maria Capua Vetere, Caserta); Anna Pacifico (39enne di Napoli); Antonio Scotto Di Luzio (residente a Bacoli, classe 1981).

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I software per il furto
di milioni di dati e numeri di telefono

Il sistema messo in atto (anche da dipendenti infedeli), sostengono gli inquirenti,  «era diventato un lucroso business». Tutto si sarebbe basato sulla fornitura di strumenti atti a reperire dati sensibili e numeri di telefono, a società che li avrebbe poi utilizzati per contattare «nuovi clienti» e spingerli a cambiare gestore. L’organizzazione formata in larga parte da napoletani, ha sottolineato il gip nell’ordinanza, aveva messo in atto un vero e proprio «mercimonio». Più dati si riuscivano a recuperare, grazie ad appositi software, maggiore era la «parcella» di questa sorta di «pirati informatici». I reati contestati, a vario titolo nei confronti degli indagati, sono quelli di accesso abusivo a sistema informatico, detenzione abusiva e diffusione di codici di accesso, e comunicazioni e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala. Ma quanto riusciva a guadagnare un «procacciatore» di numeri? Fino a settemila euro al mese, secondo quanto emerge dalle indagini.  

Il rapporto era di uno a sette,
ossia mille euro di guadagno
ogni 10mila dati carpiti illecitamente

Fondamentale l’attività di intelligence. Nel corso di una conversazione intercettata, uno degli indagati arriva a domandare al dipendente della società telefonica una integrazione di 15mila dati. In tal modo si arriverà ai 70mila pattuiti per il mese. Si tratta di un «lavoro» senza sosta, nel corso dello stesso dialogo, si preannuncia al dipendente, un ulteriore ordine di 60mila utenze mobili. Per ogni cliente «strappato» illecitamente alla concorrenza, vale a dire per ogni contratto stipulato – sottolineano gli inquirenti – si arrivava a intascare commissioni anche da 400 euro.