di Angela Ariano

Non certamente scandito da allitterazioni, scioglilingua, rime martellanti e volto a “straniare” l’uditorio piuttosto che ad “ammaliarlo”, lo stile di Achille Lauro è apparso decisamente in antitesi con gli orientamenti attuali di tanta musica di svariate matrici. Il linguaggio del corpo come liberazione ed esibizione orgogliosa e fiera di esso; la nudità, simbolo di recupero di un’autenticità perduta e soffocata dai veti e dalle ipocrisie della morale, del politicamente corretto, e la naturalità contrapposta agli orpelli e alle maschere del decoro.

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Eccentrico, divo, allegorico: nasce come trapper nell’underground musicale e ormai nell’Olimpo del pop rock e porta sul palcoscenico più ambito della musica ma anche della tradizione per antonomasia, originalità, stravaganza e libertà. D’altronde l’arte rappresenta una sfida al principio della realtà corrente; l’uomo nasce libero e orientato alla naturale ricerca del piacere, e la piena e libera accettazione della sessualità rappresenta la molla essenziale del cambiamento umano, culturale e sociale, quello a trecentosessanta gradi che oggi manca. Ha esagerato, “se n’è fregato”, ha portato la musica come rappresentazione teatrale, ha innalzato un inno alla libertà di pensiero, al vivere come a dire “facciamolo, viviamolo”, lo ha fatto ogni sera stupendo tutti con il suo trasformismo.

Spogliato, mascherato, ha interpretato personaggi che storicamente hanno rappresentato questo: la libertà. San Francesco, spogliato degli abiti per votare la vita alla religione; Ziggy Stardust, uno dei tanti alter ego di David Bowie, simbolo di assoluta libertà artistica, espressiva e sessuale; la controversa mecenate Marchesa Luisa Casati Stampa, musa ispiratrice dei più grandi artisti della sua epoca, inarrivabile e decadente, performer prima della performing art e opera d’arte vivente, e infine la regina Elisabetta I, vergine sposa della patria, del popolo, dell’arte e difensore della libertà. Sdogana preconcetti e convenzioni sulla mascolinità, fregandosene (appunto) di giudizi e critiche.

Poesia, maledizione, pop e pop star, grunge e sentimento: un mix tra Britney Spears e Marilyn Manson che si fondono e diventano Achille Lauro e Boss Doms” da una dichiarazione dell’artista romano. Dalla folk statunitense che contribuì, negli anni 60’, alla genesi di un idioma giovanile incentrato sull’oralità delle canzoni di protesta e l’affermazione di sé, ad Achille Lauro, veicolo di un linguaggio del cambiamento e di un avvenire sempre più animato da spinte emancipative e trasformatrici. Cosa importa come siamo, gay, lesbiche, transessuali, travestiti, drag queen. E forse, se si vuole necessariamente categorizzarlo – proprio dal significato del verbo to drag, considerando drag come verbo e non aggettivo, che significa trascinare – Achille Lauro, come le drag queen, ha “trascinato” tutto il pubblico non solo dell’Ariston grazie alla spettacolarità delle sue esibizioni. Un processo di liberazione artistica ed espressiva che tocca eros e sessualità, e sradica persino le vecchie strutture puritane e conformiste di mamma Rai.

Vince sui social, vince tra i giovani e i meno giovani, vince tra chi non ha bisogno di una giacca per farsi rispettare, vince con i suoi tatuaggi e gli orecchini, con il trucco e gli abiti succinti, vincono la sua indecenza e la sua irriverenza. Ma vince soprattutto per la libertà di opinione e di rispetto altrui, vince perché fa sentire liberi in un mondo dove tutti vorrebbero esserlo ma non sempre ci riescono, in un mondo dove i bigotti superano i libertini ma dove, in fondo, ognuno è un po’ Achille Lauro.