di Giancarlo Tommasone

Carcere duro, i riflettori dell’Antimafia si sono accesi più volte sui capi delle quattro principali organizzazioni criminali italiane, che erano confinati al 41 bis, all’inizio degli Anni ’90. Vale a dire durante la «stagione delle stragi». Nell’ambito di un accertamento effettuato dalla Dia di Palermo nel 2012, si evince che alla scadenza del 1993-94, il regime della «detenzione estrema» non era stato prorogato o rinnovato a 45 capi di mafia, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita e camorra.

Ci sono dunque anche 10 padrini campani nella «lista», tra essi Giuseppe Sarno di Ponticelli, Rosario Tolomelli della Sanità, Mario Ascione, boss di Ercolano ucciso
nel 2003 e Domenico Belforte di Marcianise.

Il periodo che va dal 1992 al 1994 è fondamentale per l’Italia; a sentenziare sul quale, nei giorni scorsi è intervenuta la Corte di Assise di Palermo. La presunta trattativa, dunque, secondo quanto hanno decretato i giudici, ci sarebbe stata e sarebbe avvenuta tra certi pezzi dello Stato e la mafia. Viatico primo, per interrompere l’offensiva stragista di Cosa nostra, l’acconsentire da parte della politica, al ridimensionamento e poi alla «cancellazione», proprio del 41bis.

Coinvolte ufficialmente, nell’eventuale accordo per l’attenuazione delle misure carcerarie, in primis la mafia e poi in appoggio anche la ‘Ndrangheta. Il 41bis diventa dunque perno focale della trattativa, e naturalmente delle indagini. Lo dimostra anche l’esito di un accertamento che la Dia di Palermo invia alla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, all’attenzione del sostituto procuratore Nino Di Matteo.

Il pm di Palermo, Nino Di Matteo

Il documento è datato 15 marzo 2012; è siglato dal capocentro, colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, e in calce porta pure la firma degli ufficiali di polizia giudiziaria, luogotenente dei carabinieri Rosario Merenda e sostituto commissario Salvatore Bonferraro.

L’ex generale del Ros e già direttore del Sisde, Mario Mori

«Con riferimento alla delega in oggetto indicata, si trasmette in allegato, l’esito degli accertamenti esperiti sul conto di alcuni soggetti appartenenti a Cosa nostra, alla ‘Ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e alla Camorra, ai quali negli anni ’90 non era stato prorogato o rinnovato il regime carcerario previsto dall’articolo 41 bis», è scritto nero su bianco nell’incartamento composto da sei pagine dattiloscritte.

Il generale dei carabinieri Antonio Subranni

Accertamento richiesto agli investigatori è quello di «verificare l’elenco dei soggetti sottoposti al 41 bis, i detenuti che all’inizio degli anni ’90, cosiddetti delegati, non rinnovati alla scadenza del 1993-94, accertando quali di loro appartenessero ad organizzazioni criminali, con qualifiche apicali». Secondo le risultanze dell’indagine effettuata, «i detenuti che all’inizio degli anni ’90 ricoprivano un ruolo di vertice o svolgevano funzioni di rilievo nelle organizzazioni criminali di appartenenza, ai quali non è stato prorogato o rinnovato» il regime del 41 bis, risultano essere in totale 45.

Non solo mafiosi (20) e capi di locali di ’Ndrangheta (9) ma anche 6 vertici della Sacra corona unita e 10 boss della camorra. Va sottolineato che i dati che riportiamo sono cristallizzati al 1994 (data relativa al periodo interessato dall’informativa della Dia).

I padrini dell’organizzazione campana che compaiono nella lista sono: Antonio Letizia (classe 1969), capo del clan Piccolo operante a Marcianise; Mario Ascione (classe 1956), ucciso nel 2003, e capo dell’omonima cosca di Ercolano; Domenico Belforte (classe 1957), capo dell’omonimo clan attivo in provincia di Caserta; Leonardo Di Martino (classe 1958), vertice del clan di Francesco Imparato; Salvatore Foria, nato nel 1954 a Pomigliano d’Arco, alla guida dell’omonimo gruppo facente parte della Nuova Famiglia; Clemente Perna (classe 1954), alla guida del sodalizio criminoso appartenente alla Nco e che agiva nella zona di Portici ed Ercolano; Cosimo Maiale (classe 1958), ritenuto insieme al fratello Giovanni, capo dell’omonimo clan operante a Eboli; Giuseppe Sarno nato nel 1955 e considerato alla guida della omonima consorteria criminale attiva a Ponticelli; Rosario Tolomelli (classe 1953), capo dell’omonimo clan appartenente alla Nuova famiglia; Carmine Di Girolamo, nato nel 1954 e vertice del gruppo della Nuova famiglia, attivo nella zona di Aversa.

Cosimo Maiale, il padrino della Piana del Sele

Tornando alla presunta trattativa Stato-mafia e alla sentenza di primo grado, bisogna sottolineare che vengono condannati gli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, ma viene assolto il «livello politico», quello considerato il «mandante» della presunta «operazione».

Il boss di Castellammare di Stabia, Leonardo Di Martino

Venerdì scorso, infatti, la Corte di Assise di Palermo ha sollevato dalle accuse l’ex ministro della Dc Nicola Mancino; a ottobre del 2015 era stato assolto anche Calogero Mannino, ex titolare del dicastero per gli Interventi straordinari del Mezzogiorno, imputato nel processo stralcio (di cui è in corso l’Appello) sulla presunta trattativa. A loro era contestato appunto il ruolo di mandanti. Stando così le cose, resta comunque, difficile ipotizzare, che i vertici del Ros abbiano agito motu proprio.

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