Un gommone usato dai narcos marocchini per trasportare quintali di hashish in Spagna

di Giancarlo Tommasone

C’è una bella differenza tra i viaggi che avvengono di giorno e quelli che si effettuano di notte. Questi ultimi sono più pericolosi, considerati maggiormente a rischio di intercetto e devono essere conclusi in fretta. Per i primi, invece, c’è più tempo a disposizione. Si tratta dei viaggi via mare per trasportare hashish sulla rotta Marocco-Spagna. Dal Paese iberico, poi, si muoveranno i tir; passando dalla Francia arriveranno in Italia e infine giungeranno a Marano.

Uno dei motoscafi usati per trasportare la droga dal Marocco in Spagna

La prima fase del trasporto avviene presso località costiere nordafricane. La sostanza stupefacente viene caricata per centinaia di chili a bordo di gommoni, che devono raggiungere la costa spagnola. «Se il viaggio prevede lo scarico direttamente a terra – spiega il collaboratore di giustizia Domenico Verde, ex broker dei Polverino – si lavora prevalentemente di notte. Altrimenti il primo scarico può avvenire anche in mare aperto, in tappe diverse. I gommoni carichi di hashish partono dal Marocco e raggiungono dei pescherecci. Saranno poi questi ultimi a concludere il trasporto della droga fino alla Spagna. Si utilizzano i pescherecci perché sono sottoposti a controlli meno frequenti da parte delle forze di polizia». Verde rendiconta anche delle rotte, che secondo gli inquirenti, verrebbero tuttora seguite dalle organizzazioni malavitose nostrane, cartello di Marano in testa. Quello formato da Orlando-Nuvoletta-Polverino.

Quando si carica a Ceuta, città spagnola autonoma ‘incastonata’ in territorio marocchino «la rotta segue questa direttiva: Malaga, Estepona, Cadice, Siviglia». «Quando invece si carica a Melilla, in particolare a Nador – precisa Verde – questo è l’itinerario: Valencia, Alicante, Tarragona, Barcellona».

In principio gli scafisti erano spagnoli, poi con il passare del tempo sono stati sostituiti completamente da marocchini. Anche per questa circostanza c’è una ragione. Dichiara Domenico Verde: «Il tutto ha sempre a che fare con i controlli delle forze dell’ordine. Per i trasporti si usano dei natanti non omologati. In Marocco, pagando, si può ottenere di tutto e nessuno si sognerebbe di sequestrare le barche. Differente invece la situazione nel Paese iberico. Si tratta di gommoni con la chiglia in vetroresina, della lunghezza di 10-12 metri. Nonostante siano relativamente piccoli sono molto veloci (trimotori o di quadrimotori con potenza dai 750 ai 1.000 cavalli); imbarcazioni che possono coprire lunghe distanze (anche 500 miglia marittime) in poco tempo. Si tenga presente che capita a volte che pur caricando in Marocco si va a scaricare direttamente a Barcellona».

Una piantagione di canapa sul monte Ketama, in Marocco

Per ogni viaggio che compie, lo scafista viene pagato 60mila euro. La ‘parcella’ ha subito qualche variazione dal periodo delle dichiarazioni di Verde. Al 2017, secondo una stima delle forze dell’ordine, si attesta sugli 80mila euro.