Una coltivazione di cannabis scoperta dai carabinieri (foto di repertorio)

INCHIESTA DOMINO BIS Il boss Sergio Mosca si raccomanda con un sodale di testare il candidato, prima di affidargli lo stupefacente

Nel luglio del 2018, nell’ambito dell’inchiesta Domino bis – la cui susseguente operazione, la scorsa settimana, ha portato all’esecuzione di sedici arresti -, viene intercettata una conversazione che gli inquirenti ritengono assai interessante sotto il profilo investigativo. Uno dei vertici del clan D’Alessandro, il boss Sergio Mosca (consuocero del defunto padrino Michele D’Alessandro) discute con tale Cirillone (non indagato, ndr) della necessità di ingaggiare una nuova persona che li aiuti. Una persona, all’inizio, da affiancare a gente più esperta, e che possa dare una mano alla cosca di Scanzano, nella gestione del traffico di stupefacenti. «Cirillone, volevo sapere come dobbiamo fare (…) noi ci dobbiamo mettere un altro vicino (dobbiamo ingaggiare un’altra persona, ndr)… tu lo tieni?», chiede il boss.

A tal proposito, il suo interlocutore afferma di aver già individuato un soggetto valido, per fargli ricoprire il ruolo richiesto. «E’ il fratello di… il piccolino. E’ esperto», spiega Cirillone, tessendo le lodi di quello che ritiene giusto per la figura da ricoprire. Sergio Mosca, però, rimane cauto. E chiede al suo sodale di testare prima le capacità del candidato, e poi nel caso di affidargli lo stupefacente da piazzare. Invita, dunque, Cirillone a effettuare un vero e proprio provino al soggetto da eventualmente, arruolare. «Allora, fai una cosa, provalo prima», poi nel caso in cui si riveli davvero valido, gli si affiderà «la bubbazza (vale a dire la droga, ndr)». Il clan di Scanzano, stando alle risultanze investigative, aveva il pieno controllo sulle piazze di spaccio, i cui gestori potevano rifornirsi dello stupefacente, soltanto dalla cosca. Chi non si atteneva alle regole ferree imposte dall’organizzazione criminale, veniva punito.

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