La protesta dei marittimi a Torre del Greco, lo scorso 4 novembre (foto tratta dal sito torremare.net)

Lo spettro del fallimento per il gruppo di Vincenzo Onorato

di Giancarlo Tommasone     

Sarà un Natale pieno di preoccupazioni per i marittimi della Cin-Tirrenia, che vedono messo in discussione il loro futuro e quello delle proprie famiglie. E’ scesa in campo anche la politica, per cercare di scongiurare il disastro. «Abbiamo presentato un’interrogazione urgente al ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, per chiedere un intervento del governo nella delicata vicenda che riguarda Cin-Tirrenia, controllata dall’armatore Moby riconducibile a Vincenzo Onorato, per scongiurare il rischio di 1.000 esuberi tra il personale marittimo dal 2020 e della chiusura della sede amministrativa di Napoli e con il trasferimento coatto di tutto il personale nelle sedi di Portoferraio, Livorno e Milano. La compagnia opera in regime di continuità territoriale con le maggiori isole italiane assicurando il collegamento grazie ad una convenzione dello Stato che vale 72 milioni», hanno dichiarato la vicepresidente della Commissiona Affari sociali della Camera, Michela Rostan, e il deputato di Liberi e uguali, Guglielmo Epifani, primi firmatari dell’interrogazione.

L’interrogazione
parlamentare di Leu

«La convenzione è in scadenza a luglio 2020 e bisognerà decidere se procedere a proroga o al rinnovo della convenzione o alla messa a gara. Non è accettabile che, con queste condizioni, si decida di mortificare ancora una volta il Sud con scelte strategiche che penalizzerebbero in maniera drammatica i lavoratori», conclude la nota di Leu. La situazione è drammatica.

La società armatoriale
del Gruppo Onorato, già lo scorso
ottobre ha rischiato grosso

Il Tribunale di Milano ha infatti rigettato l’istanza di fallimento, ma ha tenuto a sottolineare come la situazione fosse critica. C’è stata poi la decisione di Unicredit che ha ritenuto di non dover liberare due navi dall’ipoteca. Le unità, secondo l’accordo che Cin-Tirrenia aveva imbastito e stava portando in porto con la danese Dfds, dovevano essere cedute proprio alla compagnia scandinava, in cambio di 137 milioni di euro (con una plusvalenza di 75 milioni).

Il fallimento sembra
l’unica strada percorribile
Il concordato per tutelarsi

dalle richieste dei creditori

Il denaro sarebbe servito a rimpinguare le casse di Moby, ma soprattutto a pagare i 66 milioni di debito verso le banche creditrici, vale a dire, Unicredit, Ubi, Banco Bpm e Mps. A Cin-Tirrenia serve continuità finanziaria, missione quasi impossibile se si tiene pure conto che a luglio del 2020 si dovrà fare i conti con la scadenza del sovvenzionamento governativo. Finora, infatti il gruppo Onorato, per il collegamento con le isole (Sicilia e Sardegna) ha potuto fare affidamento sulla convenzione statale. Il rischio di portare i libri in Tribunale non solo è altissimo, ma al momento sembra essere l’unica strada percorribile, anche per tutelarsi, attraverso un concordato, dalle richieste dei creditori.

In totale,
ci sono 5.800
dipendenti
di Moby che rischiano
di «restare a terra»

In totale, riferendoci a Moby (che lo ribadiamo, controlla Cin-Tirrenia) si prospetta la perdita totale di 5.800 posti di lavoro, per marittimi e dipendenti in genere, perlopiù residenti in Campania, Sicilia e Sardegna. Gli esuberi, potrebbero riguardare un migliaio di famiglie napoletane, distribuite tra il capoluogo partenopeo, ma soprattutto tra le cittadine costiere, da Portici fino alla penisola sorrentina, passando per Torre del Greco, che rappresenta il secondo comparto marittimo in Italia (sforna 27 matricole al giorno, in un anno fanno quasi diecimila unità). In territorio corallino si sono registrate le proteste più vibranti. A novembre scorso, un gruppo di marittimi ha occupato per ore, la parrocchia di Santa Maria del Carmine. Non sono mancate scene di vero e proprio panico con due persone che hanno raggiunto il campanile della chiesa e hanno minacciato di lanciarsi di sotto. Solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato il peggio.