di Giancarlo Tommasone

Premessa: scendiamo su questo terreno perché nelle scorse ore molti sedicenti tifosi napoletani, quelli del «difendo la città», dell’orgoglio partenopeo (a fasi alterne) e che fino all’89’ di Napoli-Chievo hanno fischiato e maledetto Insigne, salvo poi calarsi le braghe davanti al talento di Frattamaggiore quando gli azzurri hanno ribaltato il risultato, si sono ritrovati a osannare l’impresa della Roma in Champions.

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L’esultanza dei giallorossi al passaggio di turno in Champions

Si sono risvegliati italiani e hanno sperato perfino che la Juve passasse il turno contro il Real. Sono gli stessi che vivono la maglia azzurra e il bidè come riscatto sociale di convenienza, sono considerati i più ottusi. E servili. Il calcio è una cosa seria, checché ne dica chi continui a definirlo soltanto uno sport.

Per il calcio si muore e c’è chi nelle fila dei tifosi azzurri è venuto a mancare. Uno di questi è Ciro Esposito.

Lo ha ammazzato uno che si fa chiamare Gastone, un nazifascista del tifo organizzato romanista, tale Daniele De Santis. Quando si sbaglia si chiede scusa, quando si uccide si paga la pena e si chiede scusa.

Daniele De Santis, il killer di Ciro Esposito

Ma il tifoso napoletano non ne ha ricevute dalla tifoseria giallorossa, da quella che continua a difendere un assassino, da quella che dopo l’omicidio di Ciro, ha esposto striscioni in curva e in città, come «Daje Daniè» e «Forza Daniele».

Striscioni all’Olimpico contro i napoletani

Da quella che, allo stadio, ha mostrato ignominiose scritte contro la madre del giovane assassinato: «Antonella Leardi taci»; «Che cosa triste, lucri sul funerale con libri e interviste». Non è una questione di odio, assolutamente no, è piuttosto di ribrezzo verso la ferinità. Il vero tifoso partenopeo non può gioire per i giallorossi e accomunarsi nella passione a chi ha ucciso uno dei tuoi e non chiede scusa. Anzi continua a gettare sale su una ferita ancora aperta.

Scritte contro la mamma di Ciro Esposito

E invece tramite la piazza che dà voce anche agli imbecilli e agli imbelli, nelle scorse ore abbiamo assistito a lezioni di sportività senza memoria. C’è perfino, chi, come un amministratore di una popolosa città dell’hinterland partenopeo ha fatto i complimenti alla Roma, sulla pagina del sito ufficiale della squadra, sottolineando la «remuntada di Davide contro Golia».

Premettendo di essere tifoso del Napoli. Uno dei tanti che magari canta «Un giorno all’improvviso», uno di quelli che ha postato sulla sua bacheca la scritta «Ciro vive» ed è autonomista e indipendentista all’occorrenza. Uno di quelli che scrive post di sdegno quando i sostenitori giallorossi – che più spesso degli altri intonano lo slogan – inneggiano al Vesuvio, e cantano «Lavali col fuoco».

Può dirsi sportivo, ma non tifoso del Napoli. Il supporter partenopeo deve decidersi, non può essere azzurro a piacimento, non può emozionarsi e gioire per il 3-0 dei giallorossi contro il Barcellona, perché siamo pur sempre italiani.

Il tifoso del Napoli ha, oltre al dovere di non rispondere alla violenza, quello di ricordare. E per combattere la violenza e sconfiggerla ci vuole memoria. Memoria che nelle scorse ore per molti tifosi azzurri o sedicenti tali è venuta a mancare. Ed è sfociata nel servilismo e nel ridicolo spacciati per sportività. Perché «chi ama, non dimentica».

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