Edoardo Cosenza (foto tratta dal profilo Facebook di Edoardo Cosenza)

Lo sfogo: «Il tifo è morto per questo»

di Giancarlo Tommasone

Una stagione deludente quella degli azzurri, fino ad ora, in campionato; la prima parte del torneo di Serie A 2019-2020 (e speriamo solo la prima parte) si ricorderà a lungo per una serie di pareggi, di sconfitte cocenti, e di una squadra slabbrata. Si ricorderanno le multe ai giocatori che si sono opposti al ritiro, e il fallimento di mister Carlo Ancelotti. Ma si ricorderà anche un San Paolo vuoto, spettrale, dove il pubblico, negli ultimi mesi, è stato messo nelle condizioni di non tifare, l’anima dello stadio più caldo d’Italia (e tra i più caldi al mondo) è stata zittita dalle direttive estreme volute dalla Società sportiva calcio Napoli e dalla Questura partenopea.

In campionato, girone
d’andata da dimenticare

Il tifo azzurro (sia quello organizzato, che quello dei supporter veraci non inseriti in alcun gruppo ultras), il 12esimo uomo in campo, è stato costretto ad abbandonare gli spalti, perché, pur stigmatizzando sempre i comportamenti violenti e incivili, bisogna sottolineare che lo stadio non è un teatro lirico, né un cinema. Lo stadio è la casa delle emozioni, dove si esterna la fede per una maglia, per una città, per un sentimento collettivo. Il tifoso vero è un missionario. Le misure estremamente stringenti, rischiano di far morire il tifo del San Paolo e la prima a risentirne, come abbiamo potuto toccare con mano, è stata la squadra, che ha letteralmente perso la spinta del suo pubblico, di quello vero, che sostiene fino al 90esimo e oltre e non fischia mai contro. Perché è palese, si è sentita immensamente, e si sente, la mancanza del tifo organizzato. Di questo passo, anche chi non fa parte di alcun gruppo ultras, ma segue la squadra da anni, potrebbe lasciare vuoto il suo posto nell’impianto di Fuorigrotta, e non il posto in Tribuna o nei Distinti, il posto di «battaglia» in Curva. Dove, lo ribadiamo, si siede la vera anima del supporto napoletano alla maglia.

Il post del presidente
dell’Ordine degli ingeneri di Napoli

L’appello, diremo, per la libertà di tifo, è stato lanciato anche da Edoardo Cosenza, presidente dell’Ordine degli ingeneri di Napoli e pervaso dalla febbre azzurra. «Vado in Curva da molti anni, per il piacere del tifo – scrive Cosenza sul proprio profilo Facebook – Ero in Curva a Roma quando ci furono gli incidenti e morì il povero Ciro (Esposito, ndr); anche (o soprattutto) grazie ad una mia lettera su Il Mattino che descriveva dall’interno della Curva cosa era successo, il Napoli ebbe lo sconto di una giornata di squalifica (ho la lettera di ringraziamento di Sandro Formisano)». «Ma se continua così – dichiara Cosenza – questo è il mio ultimo anno di San Paolo. Multare di 166 euro perché per tre volte è stato visto sulle scale un bravissimo ragazzo – ingegnere e amico di mio figlio – che stava affianco a noi? In una curva semivuota e senza mai alcuno steward? Con fuori allo stadio decine di parcheggiatori abusivi, famelici e aggressivi? Queste sono le priorità? Con le forze dell’ordine arrivate fino a casa per portare la multa? Con un riconoscimento facciale dalle fotografie che chissà quanto tempo ha richiesto? Per un regolamento che nessuno di noi abbonati ha mai ricevuto?», si chiede il presidente degli Ingegneri partenopei. «E questo è successo a centinaia di tifosi. Ed aggiungo: mai visto un tifoso, uno in Curva B, in piedi sui sediolini, altro che teppismo. Il tifo è morto per questo. E quanti punti si perdono senza tifo? Personalmente non ho più la forza di seguire il Napoli nelle trasferte, ma oramai il vero tifo è solo là. Come abbiamo visto ieri. A proposito, cosa ha detto Callejon dall’alto festeggiando con gli ultras…?», conclude Cosenza.