I fratelli Giuseppe, Carlo e Salvatore Lo Russo

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio De Simini, ex affiliato alla cosca di Miano

I tatuaggi rappresentano da sempre una componente fondamentale (dall’aspetto quasi «mistico») della camorra. Le recenti cronache giudiziarie fanno emergere numerosi casi di segni sulla pelle che indicano l’appartenenza a un determinato clan, o la fedeltà ai capi dell’organizzazione in cui si milita. Una delle cosche che sicuramente non si sottraeva all’abitudine, era quella dei Lo Russo di Miano, i cosiddetti capitoni. A parlare della circostanza, relativa al tatuaggio «The One» è stato anche il collaboratore di giustizia, Antonio De Simini. Il 24 luglio del 2017, il pentito è davanti al pm e descrive la figura di un affiliato.

«Si tratta di Marco C. (figlio di un ras defunto, ndr), abbiamo gestito insieme la piazza di fumo del Rione San Gaetano per conto di Vincenzo Lo Russo detto ’o signore, cioè il figlio di Giuseppe», afferma il collaboratore di giustizia. De Simini – annotano gli inquirenti nell’ordinanza -, durante l’interrogatorio mostra un tatuaggio con la scritta «The One», che ha sul braccio sinistro. «Credo che anche Marco abbia il mio stesso tatuaggio che è un segno di fedeltà ai Lo Russo, The One indica il numero uno in quanto i Lo Russo erano il clan numero uno», spiega il pentito. De Simini, nel corso della deposizione, fa mettere pure a verbale che «oltre ad avere insieme la gestione di questa piazza di fumo, (io e Marco) rifornivamo Fuorigrotta, Sanità e altri quartieri di Napoli, sia di erba sia di cocaina».

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