Il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi

di Giancarlo Tommasone

Non sono per niente lineari le dichiarazioni rese da Alagie Touray in fase di interrogatorio. Potremmo anzi definirle contraddittorie e oscillanti tra negazioni e ammissioni parziali. Gli inquirenti indagano per ricostruire nei dettagli anche la personalità dell’indagato e per riuscire a comprendere se egli – come ha dichiarato essere – non sia un fervente mussulmano, o se invece sia giunto a uno stadio preoccupante di indottrinamento, da portarlo vicino alle posizioni degli estremisti islamici.

Alla domanda se conoscesse o meno il Califfo al Baghdadi, Toray ha dichiarato che in Gambia, sia i ferventi mussulmani che i non credenti lo conoscono, perché si sa che è il capo dei terroristi dell’Isis.

All’atto della perquisizione nella camera 106 – quella dell’hotel Circe di Pozzuoli – che il gambiano 21enne condivideva con due suoi connazionali, oltre alla scatola che conteneva il suo telefono cellulare e alla fotocopia del permesso di soggiorno temporaneo, le forze dell’ordine hanno trovato due quaderni.

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All’interno, dei fogli con appunti relativi a un corso di lingua italiana e passi in lingua straniera. L’analisi degli scritti, visionati dagli esperti «ingaggiati» dalla Procura, ha consentito di comprendere che i quaderni (uno di colore blu con copertina, l’altro senza copertina e a righe) su cui sono state annotate anche alcune utenze telefoniche, contengono pure frasi in lingua italiana riconducibili ad un corso d’istruzione seguito dal 21enne, e racconti antichi.

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Le «storie» – in lingua inglese con nominativi in lingua araba – riguardano La Mecca, Medina e l’Arabia Saudita. Gli esperti hanno accertato che i racconti rinvenuti nei quaderni sono verosimilmente ispirati ad hadith della tradizione coranica.

Vale a dire a scritti tramandati dai Profeti e che narrano della vita del Profeta Maometto. Gli hadit hanno per la religione musulmana una grande valenza.

Ciò porterebbe a ipotizzare che in realtà Alagie Touray sia un fervente mussulmano. Anche se lui dichiara che di regola, prega 5 volte al giorno, ma gli capita in diverse occasioni di effettuare quotidianamente, soltanto due o tre preghiere.

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Altro indizio che porterebbe gli inquirenti a ipotizzare che il 21enne potrebbe aver mentito circa il suo modo di vivere profondamente la religione islamica, ha a che fare con la zebiba. Vale a dire il segno prodotto dal prolungato urto nel tempo della fronte sul pavimento, postura adottata durante la preghiera.

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Quando Touray effettua la visita medica di protocollo prima del suo ingresso nel carcere di Benevento, il personale sanitario nota proprio tale segno, molto pronunciato, che sta ad indicare appunto fervente religiosità.

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Ma pure per questa circostanza, il 21enne ha una spiegazione. Agli inquirenti dice che la sua zebiba (sorta di lesione sulla fronte) è più evidente solo per il fatto che la sua pelle è molto delicata.