(Nelle foto Salvatore Tamburrino, Cosimo Di Lauro e Marco Di Lauro)

Clan Di Lauro, il super pentito punta il dito contro i fratelli boss: “Avevo la loro fiducia, mi raccontavano cose delicate. Tutto è iniziato nel 1995 con le auto di lusso”

di Luigi Nicolosi

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Legati a tal punto da essere una cosa sola. Uniti dal vincolo familiare, da quello associativo ma soprattutto da un’implacabile bramosia di scalare il vertice del potere criminale secondiglianese. Per questo motivo i fratelli boss Cosimo e Marco Di Lauro avrebbero intavolato e avviato la propria strategia sanguinaria ancora prima dell’inizio della terrificante prima faida di Scampia: “Decidevano insieme gli amici, anche prima dello scoppio della guerra. La decisione era sempre collegiale ed era loro”. Parola di Salvatore Tamburrino, l’ex ras che con le proprie rivelazioni sta mettendo a durissima prova la sopravvivenza stessa della storica cosca di cupa dell’Arco.

Alla fine dell’ottobre scorso, a pochissimi giorni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, Tamburrino rende un lungo interrogatorio agli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Incalzato dalle domande del pubblico ministero, l’ormai ex braccio destro e amico del cuore di Marco Di Lauro ripercorre dunque le tappe della propria carriera criminale. E lo fa con dovizia di particolari, molti dei quali inediti da un punto di vista giornalistico: “Nel 1995-1996 – ricorda – mi sono avvicinato a Ciro Di Lauro, lo frequentavo, io abitavo a pochi metri da casa loro. Ciro era un ragazzo come me, girava con macchine di lusso e faceva la bella vita. Dopo un po’ ho cominciato a frequentare Marco Di Lauro”. Da questo momento in poi Tamburrino e la cosca fondata da “Ciruzzo ’o milionario” diventeranno un connubio inscindibile: “All’inizio mi occupavo di piccole faccende, lui cercava un intestatario per le sue auto, tra cui la Porsche che si era intestato Giacomo Migliaccio, il cugino di Giacomo Migliaccio degli Amato-Pagano, il cui figlio venne ucciso nella concessionaria. Poi ho iniziato a gestire qualche piazza di spaccio per Marco Di Lauro, nel 1997-1998, la “piazza” di via Ciro Improta, e la custodia dello stupefacente e delle armi la faceva un mio zio, Gaetano Tamburrino, in un garage di via Monte Nero. Poi diventai l’uomo di fiducia di Marco Di Lauro”. È questo il momento in cui Tamburrino balza prepotentemente al vertice della cosca di Secondigliano, subito dopo i fratelli boss.

Proprio in ragione di questo status privilegiato, Tamburrino venne dunque a conoscenza di informazioni a dir poco scottanti: “Marco – ha spiegato il pentito – mi portava sempre da fratello Cosimo. Quest’ultimo, essendo il primogenito, comandava i gruppi di ragazzi. Le piazze di spaccio erano di proprietà proprio dei figli, anche se Paolo Di Lauro era libero sul territorio. Marco mi raccontò cose molto delicate, tra cui l’omicidio voluto da Paolo Di Lauro di un carabiniere, dopo l’arresto del patrigno di Paolo che morì. Paolo Di Lauro aspettò molto tempo, poi si tolse il sassolino dalle scarpe”. Quanto ai due fratelli boss: “Cosimo e Marco erano molto legati. Devo dire che Cosimo e Marco hanno deciso anche degli omicidi insieme, anche prima dello scoppio della guerra. Posso tranquillamente dire che anche gli omicidi della faida e della pre-faida non erano decisi da un unico capo assoluto, bensì collegialmente da Cosimo, Marco e Ciro”. Delitti ad oggi ancora irrisolti, ma la cui “firma” potrebbe presto essere svelata.

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