Il rapporto tra i termini per l’emissione dell’accertamento e quelli di notifica, uno dei grovigli legislativi più dibattuti

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro di Vincenzo Imperatore «Salviamoci»

Gli atti di accertamento aventi natura erariale, seppur notificati ai contribuenti solo a partire dal 1° marzo 2021 e fino al 28 febbraio 2022, come stabilito dal decreto n. 7 del 30 gennaio 2021, devono risultare comunque emessi dall’Amministrazione finanziaria entro il 31 dicembre 2020. Si apre così la questione del rapporto tra i termini per l’emissione dell’accertamento e quelli di notifica, uno dei grovigli legislativi più dibattuti in ambito di contenzioso tributario. Per pagare, forse, c’è tempo. Ma quali sono i tempi dell’accertamento?

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L’ambiguità sta nella scissione tra il momento in cui il contribuente viene a conoscenza del suo debito erariale, potendo così intraprendere le azioni a propria difesa, e il termine entro il quale l’Amministrazione finanziaria può esercitare il proprio diritto ad accertare e richiedere i tributi dovuti dal contribuente. Per spiegarlo in modo più semplice, è successo che, da un lato, si è dato più tempo all’Amministrazione finanziaria di far valere il proprio diritto di esigere il credito, allungando i tempi normalmente concessi alla stessa per richiedere al contribuente le somme da questi eventualmente dovute.

Dall’altro si è rimandato il momento in cui il contribuente viene a conoscenza di un eventuale suo debito nei confronti dell’Amministrazione finanziaria e, quindi, il momento certo (certificato) a partire dal quale lo stesso può difendersi e contestare il presunto credito vantato dall’Amministrazione finanziaria. Protagonista di tale confusione tra azione del «creditore Amministrazione» e del «debitore contribuente» è l’articolo 157 del decreto legge Rilancio. Partiamo dalla norma e citiamola così com’è stata pensata.

Una legge che tutela i contribuenti viene derogata dall’articolo di un decreto

Al primo comma, dice espressamente che, in deroga a quanto previsto all’articolo 3 dello Statuto del contribuente (una legge che tutela i contribuenti viene derogata dall’articolo di un decreto, già questo ci deve far stare attenti!), gli atti di accertamento, di contestazione, di irrogazione delle sanzioni, di recupero dei crediti di imposta, di liquidazione e di rettifica e liquidazione, per i quali i termini di decadenza (calcolati senza tener conto del periodo di sospensione di 85 giorni, già previsto dall’articolo 67, comma 1, del precedente decreto legge Cura Italia) scadono tra l’8 marzo 2020 e il 31 dicembre 2020, devono essere emessi entro il 31 dicembre 2020 e devono essere notificati nel periodo compreso tra il 1° febbraio 2021 e il 31 gennaio 2022 (poi modificato in 1° marzo 2021 e 28 febbraio 2022, con il decreto del 30 gennaio 2021), «salvo casi di indifferibilità e urgenza, o al fine del perfezionamento degli adempimenti fiscali che richiedono il contestuale versamento di tributi».

Per capire dov’è l’ambiguità e dove si nasconde l’insidia, dobbiamo partire, prima di tutto, dalla finalità dei termini di decadenza entro i quali l’Amministrazione finanziaria può accertare i tributi dovuti dal contribuente. Ora, però, spieghiamo la norma. Che cosa vuol dire? Facciamo l’esempio di un creditore e di un debitore qualsiasi. Pensiamo a una persona, Tizio, che ritiene di avere un credito nei confronti di un’altra persona, Caio, che considera suo debitore per una data somma di denaro.

Ebbene, ammesso e non concesso che il credito esista davvero (che cioè sia «accertato»), e che Caio debba davvero restituire denaro a Tizio, quest’ultimo ha comunque un tempo stabilito dalla legge per poter richiedere indietro i soldi e far valere dunque il proprio diritto a riaverli. Ebbene, se entro questo termine (termine di decadenza), Tizio non dimostra che quel debito esiste davvero e non va da Caio a farglielo sapere, chiedendogli in modo chiaro, magari per iscritto, la somma di denaro accertata, dopo non può farlo più, «decade» cioè dal suo diritto a chiedere i soldi.

E anche se avesse ragione, secondo la legge, da quel momento non può più esigere alcunché da Caio. Il credito non dura a vita. Non è possibile che, dopo tanti anni, un bel giorno Tizio si ricordi improvvisamente che ha un credito da parte di Caio e pretenda che questi gli restituisca i soldi. La stessa cosa succede esattamente quando Tizio è l’Amministrazione finanziaria e Caio il contribuente.

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