martedì, Agosto 16, 2022
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Tangenti al Porto di Napoli, inchiesta in frantumi: inutilizzabili le intercettazioni

Appalti pilotati per favorire alcune cordate di imprenditori, colpo di scena nell’udienza preliminare: prosciolti tutti i quattordici imputati

di Luigi Nicolosi

Le intercettazioni raccolte in fase di indagine non erano utilizzabili e l’inchiesta giudiziaria che tre anni fa si è abbattuta su un gruppo di imprenditori e, soprattutto, sui vertici del Porto di Napoli si risolve in un clamoroso nulla di fatto. Al termine dell’udienza preliminare, dando pieno accoglimento alle argomentazioni del collegio difensivo, il gup Leda Rossetti ha così stabilito di non doversi procedere nei confronti di tutti i quattordici imputati perché il fatto non sussiste.

Con il verdetto del gup del tribunale di Napoli cala così il sipario, almeno fino all’eventuale ricorso della Procura in appello, sull’inchiesta che aveva fatto luce su un preoccupante giro di tangenti e “favori” all’interno dello scalo portuale del capoluogo campano: appalti dal valore complessivo di oltre venti milioni di euro, che secondo la ricostruzione della pubblica accusa sarebbero stati pilotati in favore di alcuni imprenditori, soprattutto grazie alla procura della gara d’urgenza. A supporto dell’inchiesta c’era tra l’altro un’imponente mole di intercettazioni: registrazioni che però, come sostenuto dai legali degli imputati, erano state eseguite nell’ambito di un altro procedimento e che pertanto, stando a quanto previsto dalla normativa all’epoca vigente, non potevano essere utilizzate nel processo definito innanzi al giudice Rossetti.

Calvario finito, con tanto di proscioglimento, dunque per Carmine Calandra, Gennaro Cammino, Gianluca Esposito, Giovanni Esposito, Carmine Ferrara, Mariano Ferrara, Pasquale Ferrara, Rosario Gotti, Marco Iannone, Eugenio Rinaldini, Umberto Rossi, Pasquale Sgambati, Emilio Squillante (l’ex segretario generale dell’Authority, difeso dall’avvocato Mario Ianulardo) e Alfredo Staffetta. L’inchiesta che ha portato alla sbarra i quattordici imputati era culminata, alla fine del maggio del 2019, nell’esecuzione di sei misure cautelari agli arresti domiciliari. La sospensione dal servizio era stata invece disposta nei confronti di Emilio Squillante, in quel frangente capo staff dell’allora presidente dell’Autorità portuale Pietro Spirito e in passato dirigente di altri settori strategici dello scalo. Non solo, nel corso dell’operazione condotta dalla guardia costiera e della guardia di finanza erano state perquisite anche undici società e i reati contestati dai pm andavano dalla turbativa d’asta alla corruzione.

L’inchiesta abbracciava l’arco temporale che andava dal 2013 al 2017 e al centro del sistema, servendosi di strumenti quali la dichiarazione di procedura d’urgenza, la partecipazione ai bandi di gara in cordate con il vincitore prestabilito, ci sarebbe stato l’imprenditore Pasquale Ferrara. I funzionari avrebbero sostenuto il gruppo di imprese guidato da Ferrara in cambio di regali e denaro. Fra gli appalti sotto la lente dei pm finì quello per la realizzazione degli alloggi dell’Autorità portuale, quello di manutenzione straordinaria, quello per i cancelli della banchina Pisacane e quello della segnaletica stradale.

La linea accusatoria non è ad ogni modo riuscita ad andare al di là dell’udienza preliminare. Non è detto però che gli inquirenti gettino la spugna: «Un eventuale appello da parte della Procura – sostiene l’avvocato Mario Ianulardo – non preoccupa più di tanto in quanto, seppure si dovesse ribaltare la situazione nel senso dell’utilizzabilità delle intercettazioni, sono proprio queste che, interpretate e analizzate correttamente, offrirebbero alla difesa determinanti e inequivocabili spunti per ottenere una sentenza di assoluzione, nel merito, del dottor Squillante».

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