lunedì, Novembre 28, 2022
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«Incontrai il boss in carcere e mi disse: più morti si fanno, meglio è»

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mario Perrella, su una riunione organizzata all’interno dell’infermeria di Poggioreale

di Giancarlo Tommasone

Sull’elevato spessore criminale del boss Giuseppe Polverino (attualmente detenuto), alias Peppe ’a muntagna, o Peppe ’o barone, hanno reso dichiarazioni molti collaboratori di giustizia. Tra essi anche Mario Perrella; la sua deposizione è allegata agli atti di un’inchiesta condotta contro i clan di Marano. «Ho conosciuto in un’unica occasione Angelo Nuvoletta – fa mettere a verbale Perrella –, per il resto i miei riferimenti erano due, tra essi anche Ferdinando Cataldo. Quest’ultimo faceva parte del clan Gionta e Valentino (Gionta, ndr) lo aveva appoggiato per la latitanza, presso i suoi alleati a Marano». Proprio a Marano, racconta il pentito, «avevamo un covo, che era diventato la nostra base, dalla quale partivamo per gli omicidi. La sera tornavo a Secondigliano, a casa mia, in quanto non ero latitante. Nello stesso periodo, a Marano, nel posto dove stavamo noi, veniva un certo zio Totonno, zio di Giuseppe Polverino. Questi ultimi (i Polverino) appartenevano ai Nuvoletta, ma il loro territorio era soprattutto quello dei Camaldoli». Secondo quanto spiega Perrella, i maranesi «non solo ci fornivano appoggi, ma ci aiutavano a volte anche nella commissione degli omicidi in quanto anche loro erano contrapposti ai Malventi (gruppo guidato da Antonio, uomo di fiducia del boss, poi pentito, Carmine Alfieri, ndr), anche se non vi era una guerra vera e propria». E ancora, Perrella racconta dell’incontro con Giuseppe Polverino.

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«All’epoca – afferma il pentito – lo conoscevo di nome, come Peppe ’a muntagna; lo incontrai per la prima volta, nel carcere di Poggioreale, nell’infermeria. Eravamo in due piani diversi e quindi non ci saremmo potuti incontrare. Era stato Polverino a volere questo incontro, organizzato appunto nell’infermeria, unica possibilità logistica per un incontro tra coloro che stavano in piani diversi. Egli dunque volle conoscermi e mi disse che gli faceva piacere che io avevo conosciuto lo zio (Totonno, ndr)». «Precisò che loro (i Polverino) avevano piacere del fatto che noi combattevamo i Malventi, anche suoi nemici. Egli mi diceva anche, con riferimento al gruppo avversario: “Quanti più morti si fanno, meglio è”. Ci disse che nella zona flegrea dovevamo comandare noi e che loro, i Polverino, ci avrebbero appoggiato in tutti i sensi (con armi, auto, uomini, danaro) e che noi non dovevamo preoccuparci di niente», afferma il collaboratore di giustizia, Mario Perrella.

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