di Giancarlo Tommasone

Nella giornata di domani l’ex mafioso, da anni collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza sarà di nuovo in aula a Reggio Calabria, dove si sta svolgendo il processo per tre attentati, che da dicembre 1993 a febbraio 1994 furono condotti con un unico obiettivo, quello di colpire quanti più carabinieri fosse possibile. Dalla nuova inchiesta condotta dalla Procura reggina emerge che la stagione delle stragi avesse una duplice regia, non solo quella mafiosa, ma pure quella della ‘Ndrangheta. In aula, Spatuzza alias ‘u tignusu (il pelato) sarà chiamato a rendicontare sul cosiddetto ‘accorduni’, incalzato dalle domande del pm Giuseppe Lombardo.

Il pentito Gaspare Spatuzza

Secondo quanto il pentito ha riferito in diverse occasioni, sia la ‘Ndrangheta che la camorra, sarebbero state messe al corrente della strategia stragista della mafia. Ma se l’organizzazione calabrese, si presume, ebbe un ruolo attivo nel disegno criminale, i clan campani furono tagliati fuori e non presero parte al progetto. Stylo24, nel prosieguo di una inchiesta sulla stagione delle stragi, in merito alla circostanza che la camorra non fosse stata coinvolta nel progetto, ha raccolto le considerazione anche al procuratore Paolo Mancuso, memoria storica della Dda.

Paolo Mancuso
Il procuratore Paolo Mancuso

«Se prendiamo in esame il periodo in cui avvenne la stagione stragista, 1992-1994, ci renderemo conto che quello fu anche il lasso di tempo in cui ci fu una produzione massiva di ordinanze che scompaginarono sia i Casalesi che il gruppo di Alfieri. Si tenga presente che i siciliani si interfacciavano con i cosiddetti ‘pugnuti’ (iniziati alla mafia, affiliati) che erano i Nuvoletta, i Gionta, i D’Alessandro. Ma, all’epoca, i clan napoletani segnavano il passo. A Marano, ad esempio i Polverino avevano già preso le redini per il controllo degli affari illeciti, subentrando di fatto proprio alla famiglia di Poggio Vallesana».

Lorenzo Nuvoletta

Quindi le organizzazioni campane, secondo il procuratore, apparivano deboli. Ma dal punto di vista dell’affidabilità? «Men che mai – risponde Mancuso – Ricordo l’episodio di un killer mandato in appoggio dai siciliani ai Nuvoletta e a una cosca satellite dei Quartieri Spagnoli. Il sicario fu fatto fuori dopo tre giorni e contribuì a decretare, da parte della mafia, l’inaffidabilità dei napoletani».
«Inoltre a Napoli, in quel periodo, i camorristi stanno puntando alla dissociazione pur di avere qualche beneficio dallo Stato in materia di detenzione. Provò a giocare la carta della dissociazione anche Angelo Moccia, il ciuccio, e poi c’è la storia del papello napoletano». Il riferimento è a un ‘documento’, di cui ha parlato, tra gli altri, il pentito dei Casalesi Dario De Simone: “Tutti i più grossi boss della Campania, da Alfieri ai Moccia, ai Mallardo e ai Licciardi, tutti erano d’accordo in questo senso. Noi dovevamo far trovare armi, pistole, eccetera, ci dovevamo arrendere ma in cambio sarebbero caduti gli ergastoli o il carcere duro”.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo
Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Nei primi anni ’90, la Nco era ormai inconsistente dal punto di vista operativo e militare. Nel caso l’organizzazione di Raffaele Cutolo avesse avuto la forza e la compattezza degli anni Ottanta, avrebbe potuto essere coinvolta nella stagione delle stragi?
«Partiamo dal presupposto che, in quel periodo, la Nco era ormai stata sconfitta e disarticolata, dunque possiamo fare soltanto delle ipotesi. Innanzitutto Raffaele Cutolo aveva avuto rapporti con i calabresi e quindi avrebbero potuto essere questi a chiedere il coinvolgimento della Nuova camorra organizzata. E’ vero pure che l’organizzazione cutoliana avesse azioni del genere nelle corde, non dimentichiamo l’attentato al magistrato Antonio Gagliardi,  settembre del 1982, quando la camorra agì in stile ‘siciliano’», conclude Mancuso.

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