Il boss della Nco Raffaele Cutolo

LA STORIA DELLA CAMORRA Il padrino della Nco racconta quanto avvenne nel carcere napoletano nelle ore successive al terremoto del 23 novembre 1980

di Giancarlo Tommasone

Nel corso dell’udienza del 14 novembre del 1989, il boss della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo viene sentito nell’ambito del processo per la cosiddetta strage di Poggioreale, che avvenne nelle ore successive al devastante terremoto del 23 novembre 1980. I delitti furono favoriti dalla confusione e dal panico innescati dal sisma. Le celle furono aperte e si ritrovarono di fronte, anche esponenti della Nco e della Nuova famiglia, acerrimi nemici tra loro. Alla fine degli scontri si contarono tre morti: Michele Casillo, Antonio Palmieri e Giuseppe Clemente. Raffaele Cutolo viene interrogato dopo la deposizione resa dal collaboratore di giustizia Pasquale D’Amico (alias ’o cartunaro, ex santista della Nco), e le parole del padrino di Ottaviano spiazzano le persone presenti in aula.

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L’ammissione di colpevolezza del padrino di Ottaviano

«Signor presidente, mi sento a disagio davanti a questa Corte. Nel senso che, non posso e non voglio mentire, quindi voglio dire che sono colpevole», afferma il boss. Che continua: «Anche se, io sono stato costretto a uccidere queste persone». Cutolo, va detto per dovere di cronaca, è accusato, del solo omicidio di Michele Casillo. «Ci racconti come andarono i fatti», afferma il presidente della Corte. «Comunque, non sono coinvolto solo io», tiene a precisare il boss, e il magistrato ribatte: «Certo, 84 coltellate (si riferisce ai fendenti inflitti a Casillo, ndr)». «Non lo so quante coltellate sono, questo lo dice l’autopsia – risponde Cutolo –. Io stavo rientrando nella mia cella insieme a Catapano (Raffaele, ndr) quanto ho visto questo Casillo che ha aggredito Catapano. Lo ha colpito con una martellata, o con un arnese da muratore, il mio compagno è diventato subito una maschera di sangue, al che io sono intervenuto per dividere i due. Casillo a questo punto ha aggredito anche me e io gli ho sferrato due coltellate».

Il terremoto nell’inferno di Poggioreale

«Ma lei si trovava con un coltello… per caso?», domanda il giudice. «No, questo è ridicolo… mica ce l’avevo per caso, il coltello, io ce l’avevo proprio. Era un coltello a scatto. In quegli anni, gli anni miei, era così, pure perché da quando è nato il carcere è nato il coltello», dice il boss di Ottaviano. «Io non lo conoscevo questo Casillo – sottolinea Cutolo –, nemmeno di nome, solo che in quel momento potevo avere davanti anche un mio parente, mi stavo difendendo. Casillo mi colpì al braccio e io reagii. Dopo averlo accoltellato, Casillo cadde a terra. Allora, io soccorsi Catapano e lo portai nel reparto dove stavo io». «E tutte le altre coltellate? Lei non sa cosa è successo dopo?», chiede il presidente della Corte.

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«No, non lo so – risponde il fondatore della Nco -. Il fatto delle 84 coltellate l’ho appreso durante il processo di primo grado, per questo dico che una perizia sul cadavere potrebbe stabilire come siano andate le cose. Magari qualcuno ha infierito su questo Casillo, quando già era morto, ma io questo non lo so». «Volevo solo dire, che comunque l’unico colpevole sono io. Gli altri imputati in questo processo sono innocenti. Io non volevo nemmeno fare appello contro la sentenza di condanna di primo grado, perché è stata una sentenza giusta, l’ha fatto l’avvocato, per questo ho detto all’inizio che mi sentivo a disagio davanti a questa Corte», afferma Raffaele Cutolo.