di Giancarlo Tommasone

Otto morti, sette feriti, un immane volume di fuoco che raggiunse chi non c’entrava alcunché, ma pure soggetti di bassa lega della manovalanza camorristica. Una strage, quella del Circolo dei Pescatori a Torre Annunziata, che riuscì, per quanto riguarda la portata eclatante del gesto, ma che fallì ampiamente nell’abbattimento degli obiettivi prefissati.

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Il bersaglio numero uno,
Valentino Gionta, riuscì a scampare all’attentato.
Da allora si rese irreperibile, fino alla cattura avvenuta a dieci mesi
di distanza
in una tenuta
dei Nuvoletta a Marano

 

Il Circolo dei Pescatori a Torre Annunziata

La strage fu compiuta il 26 agosto del 1984, nel giorno di Sant’Alessandro. Da un bus (rubato otto giorni prima nei pressi di Scalea) che esponeva un cartello con la scritta «Gita turistica», scesero 14 sicari, armati di uzi, ak-47 e fucili a pompa. Oltre a Gionta, scampò all’ira funesta del commando approntato – nella logistica e nell’esecutività, dal clan Alfieri -, anche il gotha dei Valentini.

Le indagini partirono immediatamente,
si riuscì a ricostruire
come l’azione fosse stata ideata da Antonio Bardellino
con il placet e l’appoggio di ‘o ‘ntufato, Carmine Alfieri

Il padrino della Nco, Raffaele Cutolo

Personaggi questi ultimi dallo spiccato spessore mafioso, ai quali non era sfuggito il potere dell’astro oplontino, che cominciava a dettare legge già da un po’ di tempo nei settori nevralgici degli affari di camorra. Era il 1984, Raffaele Cutolo e la sua organizzazione segnavano il passo, falcidiati dalle ordinanze, dal carcere duro dell’Asinara (il professore vi era stato condotto nel 1982 su espressa richiesta del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini) e dai pentimenti perfino dei santisti.

Una volta affermatasi nella lotta,
la Nuova Famiglia, doveva per forza di cose risolvere questioni interne.
Che tra l’altro subivano
il riverbero della guerra
di mafia
tra corleonesi e palermitani

Domani saranno passati 34 anni dalla strage di Sant’Alessandro, sarà domenica, come allora. Ad arrivare tra i primi sul posto, insieme ad altri sette funzionari della polizia di Stato, c’era anche l’ex questore Giuseppe Fiore, all’epoca dei fatti responsabile della sezione antiracket e cattura latitanti della Squadra Mobile di Napoli.

Il ricordo della strage di Sant’Alessandro, 34 anni dopo

L’ex questore Giuseppe Fiore

Una memoria storica di primo livello, Fiore, che ripercorre per Stylo24 i momenti salienti, appena successivi, di un episodio che ha segnato le coscienze civili. «Ricordo che era una bellissima domenica di sole – racconta Giuseppe Fiore – Il campionato di calcio sarebbe iniziato solo a settembre. Ero a  casa con in braccio mia figlia, che all’epoca aveva un anno e mezzo. Arrivò la chiamata e mi avviai subito per portarmi sul posto».

Tra i feriti, una bimba colpita alla schiena

«I funzionari presenti erano otto, me compreso. C’erano tra gli altri il capo della Mobile, Franco Malvano e Matteo Cinque (ex capo della Criminalpol, nda) e altri funzionari dei commissariati di zona. Arrivato all’esterno del circolo – sottolinea Giuseppe Fiore – la cosa che più attirò la mia attenzione fu la posizione dei corpi delle vittime. Quelle sorprese dai killer erano all’interno del circolo, alcune sulla soglia. Trovammo altri corpi senza vita nei paraggi, le vittime erano state inseguite e finite. Tra le scene che non dimenticherò quella di una bambina ferita alla schiena e che fortunatamente riuscì a sopravvivere». «Poco dopo ci ritrovammo all’interno del commissariato di Torre Annunziata – conclude Fiore – per avviare immediatamente le indagini. Già nel pomeriggio, ricordo, si riuscì ad avere un quadro alquanto chiaro circa la dinamica e i mandanti della strage di Sant’Alessandro».