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di Giancarlo Tommasone

Di recente è arrivato alla seconda ristampa «Gesù è più forte della camorra» (Rizzoli, 2011), il libro di don Aniello Manganiello, prete simbolo della periferia che vuole e deve avere speranza per convertirsi alla parola di Cristo. Un volume nato soprattutto in virtù della sua esperienza di parroco al Rione don Guanella. Stylo24 ha raccolto le considerazioni del religioso, che in quartieri come Scampia, Miano e Secondigliano ha lasciato segno e ricordo indelebili.

C’è qualcuno dei personaggi di cui ha parlato nel libro, a cui si sente maggiormente legato?
«Ce ne sono diversi, e tutti testimoni di una storia di riconversione. Alcuni dei quali hanno avviato delle associazioni che attraggono numerosi giovani dei quartieri a nord di Napoli. Tra gli altri mi piace ricordare, in particolare, Marco Pirone. Che non solo ha vinto la sua personale battaglia con la dipendenza da droghe e con lo spaccio, ma ha pensato anche a farsi strada attraverso lo studio. E inoltre è alle prese con la scrittura di un libro, che avrà come titolo ‘Occhi lucidi’. Io ne ho letto le bozze, e posso dire che mi è piaciuto molto».

Opera di conversione al Cristo nella periferia sotto scacco della camorra, si è sentito un po’ come un missionario in terra ostile?
«Assolutamente no. Del resto Scampia, giusto per citare un quartiere, e la restante zona periferica di Napoli, le considero terre di speranza, dove si lavora, si combatte e si vince rispetto al male che vi è presente. Non sono d’accordo con chi ha relegato quelle aree a terre in cui è impossibile vivere. Con chi le ha paragonate a città bibliche abbattute dalla furia del Signore. Sono tutt’altro, proprio perché Gesù è più forte della camorra. E c’è tanta gente che ha appreso e che ha sete di apprendere la lezione del Cristo».

Nel 2008 è stato minacciato da esponenti del clan Lo Russo, perché non ha accettato la scorta?
«Semplicemente perché credo che tutti i cittadini debbano essere uguali davanti allo Stato. Se vogliamo, la scorta rappresenta una sconfitta per le istituzioni e poi rischia, secondo me, di far passare un messaggio di paura. Io penso che tutti vadano protetti allo stesso modo. Che tutti abbiano diritto di poter operare a seconda della propria missione. Io ho scelto quella di prete e me ne assumo i rischi. Devo portarla avanti rispetto a qualsiasi conseguenza».

Fino al martirio?
«Sì, fino al martirio. Del resto il nostro titolare, che si chiama Gesù, ha detto: io vi mando come le pecore in mezzo ai lupi. Non ha detto, certo, che ci avrebbe mandato in mezzo ai lupi con la scorta».

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