di Giancarlo Tommasone

La disponibilità di armi da parte del clan Sequino è ampiamente documentata nell’ordinanza che, lo scorso 18 febbraio, ha portato all’arresto di 24 persone. Il blitz condotto dalle forze dell’ordine ha scompaginato il gruppo di Via Santa Maria Antaesecula, che aveva già in carcere i vertici. Con la detenzione dei fratelli Salvatore e Nicola Sequino, la reggenza della cosca era stata affidata a Giovanni Sequino (figlio di Nicola) anche detto Gianni Gianni (’o chiatt o Doraemon).

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E’ proprio Giovanni Sequino, secondo gli inquirenti, a occuparsi anche dell’aspetto «militare» dell’organizzazione.

Ma l’aggettivo militare è usato, lato sensu, poiché nonostante il discreto numero di armi sequestrate nell’ambito dell’operazione (un kalashnikov, 5 pistole, una mitragliatrice e tre fucili), le azioni della cosca si riducono (secondo quanto riportato nell’ordinanza) quasi esclusivamente alle stese. Nel corso di una conversazione intercettata il 18 novembre del 2016, presso l’abitazione di quest’ultimo, «Sequino Giovanni – è scritto nero su bianco nell’ordinanza – chiede a tale Carmine, non meglio identificato, di rivolgersi a Passaretti Gennaro per farsi consegnare 210 euro per l’acquisto di munizionamento, indicato nel gergo criminale con lo pseudonimo di botte che avrebbe dovuto prelevare dai proventi dello spaccio di stupefacenti: “Da Genny. Gli dici: Genny devi prendere 210 per prendere le botte e… digli, al limite, prendili da sopra i soldi dell’erba (stupefacente)… Alle quattro e dieci… poi vai da Genny…”».

Quest’ultimo (inteso Genny ’o cecato) è considerato elemento apicale della cosca, tanto è vero, che di lui scrive il gip, «è un affiliato che gode della fiducia e della considerazione dei vertici.

Significativa la corrispondenza di messaggi
con Esposito Sonia – moglie di Salvatore Sequino –
nei quali la donna riportava all’affiliato la manifestazione
d’affetto proveniente dal marito.

In più colloqui emerge la volontà sia di Salvatore Sequino che di Nicola Sequino di parlare con Passaretti Gennaro, a cui venivano veicolati messaggi anche attraverso i rispettivi congiunti (si riporta un colloquio telefonico nel quale Sequino Nicola raccomanda alla moglie di riferire a Passaretti Gennaro e La Marca Salvatore di “fare i bravi”)». Sempre riferendoci all’aspetto strettamente «militare», ’o cecato è considerato dal boss Salvatore Sequino, scrivono gli inquirenti, «adatto a partecipare ad agguati: “O cecat” … (Passaretti Gennaro) scusa? Lo può portare… Salvatore il mezzo non lo può guidare invece Genny lo può portare (Salvatore Sequino fa riferimento alle strategie per effettuare un eventuale agguato)».

L’attaccamento alla cosca da parte di Gennaro Passaretti
e la sua pericolosità sono testimoniati anche da un episodio.

Il gruppo effettua una stesa ai danni di un rivale, Alessandro Pisanelli, senza avvertire Genny, che fa intendere avrebbe voluto prendere parte all’azione. Irritato, si rivolge (intercettato) a Ciro Mineo: «Non è per te, però, prima andate e poi me lo dite. Che potevo venire pure io, però non fa niente perché a finale vanno a perdere solo tempo va beh, cose loro». Il collaboratore di giustizia Rosario De Stefano indica Passaretti quale braccio destro di Gianni Sequino (figlio di Nicola); il pentito Daniele Pandolfi gli attribuisce anche specifiche competenze in materia di stese e di estorsioni. «E’ sempre Passaretti – annota il gip nell’ordinanza – ad organizzare, con Pellecchia Silvestro e La Marca (Salvatore), la scorta armata in vista della eventuale scarcerazione di Sequino Salvatore».