Quattro anni di carcere. Arriva la prima condanna per l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny per il caso Eternit bis. La sentenza e’ del giudice Cristiano Trevisan, del tribunale di Torino, e riguarda un frammento della maxi-inchiesta sui decessi provocati – secondo l’accusa – dall’amianto lavorato dagli stabilimenti italiani della multinazionale. Il processo riguardava le morti per mesotelioma di Giulio Testore (nel 2008) e Rita Rondano (nel 2012), entrambi 72enni, ex lavoratori della filiale di Cavagnolo, nel Torinese.

“Spero che questa sentenza – commenta il pm Gianfranco Colace – segni un ritorno a una giurisprudenza piu’ attenta alle vittime”. Il riferimento e’ agli ultimi orientamenti della Cassazione in materia di malattie professionali che, di recente, avevano mutato bruscamente l’andamento di numerosi processi (fra cui quello per la Olivetti di Ivrea) con raffiche di assoluzioni. Di tenore opposto la lettura della difesa: “La decisione del giudice – osserva l’avvocato Astolfo Di Amato – va contro i principi sanciti dalla Suprema Corte, sulla base di risultati emersi dalla ricerca scientifica, proprio sulla questione del mesotelioma. Faremo appello”.

 

Dal punto di vista del diritto la grande inchiesta Eternit bis, cominciata a Torino ai tempi del procuratore Raffaele Guariniello, e’ un groviglio che sara’ difficile districare. All’udienza preliminare il fascicolo e’ stato inviato a diversi tribunali italiani per competenza territoriale. Ma se nel capoluogo piemontese – per ordine del gup – Schmidheiny e’ stato processato per omicidio colposo, a Vercelli (dove si procede per oltre 200 decessi) e a Napoli l’accusa e’ rimasta quella originale: omicidio doloso. Stessa condotta, reati differenti. La difesa, inoltre, lamenta che l’imprenditore e’ gia’ stato giudicato (per disastro ambientale) in un processo chiuso dalla Cassazione nel 2014 con un proscioglimento per prescrizione: “Non si puo’ essere giudicati due volte per le medesime accuse. Eternit bis calpesta diritti fondamentali”.

In attesa delle tappe successive, l’entourage di Schmidheiny interviene per affermare che l’imprenditore svizzero e’ “il capro espiatorio dell’inerzia dello Stato italiano”, che nonostante le sollecitazioni della Comunita’ europea regolo’ “in ritardo” le procedure di lavorazione nell’amianto, mentre la Eternit “investiva miliardi nella sicurezza” e si atteneva a “norme nettamente piu’ severe rispetto a quelle allora in vigore in Italia e nelle aziende concorrenti”. L’Afeva (associazione delle vittime) definisce la sentenza torinese “un segnale debole ma comunque importante perche’ va nella direzione che stiamo auspicando: Schmidheiny e’ stato riconosciuto colpevole”.