L'articolo pubblicato da The New York Times. Nel riquadro, la foto di Vincenzo De Luca, che non è stata pubblicata dal quotidiano americano

L’articolo dell’autorevole quotidiano statunitense demolisce la linea del presidente definendolo tra le cause della chiusura degli istituti in Campania. «E’ arrivato a deridere l’idea che i bambini della sua regione potessero piangere per voler andare a scuola»

di Giancarlo Tommasone

I giornalisti americani, si sa, le cose non le mandano certo a dire, e vanno dritti al cuore del problema. Un articolo comparso sull’edizione del 26 aprile scorso del New York Times reca un titolo inequivocabile: «Il problema italiano dell’abbandono scolastico è peggiorato durante la pandemia». E ampio spazio è dedicato alla linea della «chiusura totale» degli istituti didattici, imposta da ottobre allo scorso aprile (più di sei mesi), dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca.

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Citiamo il testuale (tradotto fedelmente, è ovvio): «Le scuole in Campania sono rimaste chiuse più a lungo del resto del Paese, in parte a causa del presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha insistito che le scuole fossero una potenziale fonte di infezione ed è arrivato a deridere l’idea che i bambini della sua regione potessero piangere per voler andare a scuola». Secondo quanto scrive il quotidiano statunitense, «a Napoli, il tasso di abbandono è di circa il 20%, il doppio della media europea, e nelle periferie della città è ancora più alto. Gli insegnanti hanno lottato per tenere alto l’interesse degli studenti nella scuola e hanno la preoccupazione che mesi di classi chiuse li possano escludere definitivamente».

All’interno dell’articolo sono raccolte le testimonianze di studenti, insegnanti, assistenti sociali, psicologi, dal centro della città fino ad arrivare alla periferia, da Ponticelli a Scampia. Il dato che emerge – e che anche Stylo24, quasi sempre in solitaria, ha rilevato in più occasioni – è che la chiusura delle scuole, che ha prodotto un surrogato assolutamente insufficiente di didattica, qual è la Dad, ha creato danni incalcolabili ai giovani campani.

Potenzialmente – lo ribadiamo, ma meglio ripetersi perché questa è una questione importante, e ne va del futuro di tutti, in primis dei più giovani – ci troviamo davanti a una catastrofe dagli effetti incalcolabili rispetto a tessuto sociale, relazioni, istruzione, stato emotivo per centinaia di migliaia di studenti campani. Che indicati per mesi – anche contro questa linea Stylo24 si è ribellata, andando contro la corrente dei megafoni di regime – come veri e propri vettori di infezione, sono stati praticamente lasciati in balìa di loro stessi. Non ci volevano i colleghi americani, né quelli francesi de Le Monde, per accorgersi che la Dad, di per sé, e in particolar modo in Campania e a Napoli, fosse una pratica discriminatoria, che sarebbe inevitabilmente andata a ledere i soggetti più svantaggiati.

Partendo proprio dalla dotazione dei sistemi basilari per seguire le lezioni da casa: telefonino, pc, tablet. Strumenti che molti nuclei della nostra regione non posseggono, e tra l’altro, non possono contare nemmeno sul wi-fi presso le proprie abitazioni. Noi ce ne siamo accorti e lo abbiamo scritto, come lo hanno scritto i francesi, e adesso gli americani.

Al governatore De Luca, diciamo che pure gli statunitensi «non sono fessi», e che sono ormai lontani i tempi della popolarità planetaria per la frase dei lanciafiamme, rimbalzata perfino sul profilo Instagram di Naomi Campbell, che ribadendo il virale video del governatore, scriveva: «Ascolta, America. Ascolta». E si rivolgeva agli Stati Uniti, alle prese con l’epidemia. Ora a imbracciare l’ideale lanciafiamme è il New York Times che incenerisce la linea della chiusura adottata per le scuole in Campania, e l’immagine nel mondo del governatore De Luca. Che, va ribadito, scrive il quotidiano, «è arrivato a deridere l’idea che i bambini della sua regione potessero piangere per voler andare a scuola».

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