La strage di Capaci

di Giancarlo Tommasone

La stagione delle stragi sconvolse l’Italia nei primi anni ’90. Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza stanno facendo emergere nuovi particolari circa il progetto comune, siglato con una sorta di patto, l’accorduni, tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta. La camorra, invece, in quel disegno criminale non entrò. Il processo si sta svolgendo a Reggio Calabria e durante l’ultima udienza, proprio Spatuzza ha parlato di un piano per eliminare quanti più carabinieri possibile. La circostanza è quella dell’attentato progettato per il 31 ottobre 1993 all’esterno dello stadio Olimpico di Roma (al termine della partita Lazio-Udinese) che poi fallì per il malfunzionamento di un telecomando.

Il pentito Gaspare Spatuzza

Spatuzza, ex braccio destro dei fratelli Graviano, della famiglia di Brancaccio, sollecitato dalle domande del procuratore aggiunto della Dda reggina Giuseppe Lombardo, fa riferimento anche a quanto dettogli appunto da Giuseppe Graviano: i tempi erano maturi per dare il colpo di grazia allo Stato, per portarlo a fare un passo indietro sul carcere duro. Ne avrebbero beneficiato tutti i carcerati in regime di 41 bis. La mafia c’entra ed è stato acclarato, l’accordo con la ‘Ndrangheta si sta cercando di ricostruire. E la camorra? Perché non partecipò al progetto stragista?

Giandomenico Lepore

Secondo quanto ipotizza l’ex capo della Procura partenopea, Giandomenico Lepore, «fu soprattutto per il fatto – dichiara il magistrato a Stylo24 – che i calabresi non si fidassero dei clan campani. La camorra, in quel periodo, stava facendo i conti con il fenomeno crescente del pentitismo e non dava affidabilità. Non tanto ai siciliani che avevano già fatto accordi con le organizzazioni camorristiche, quanto alla ‘Ndrangheta. Siccome, penso, che la mafia non potesse perdere un alleato così potente dal punto di vista militare (la ‘Ndrangheta, appunto) per quel progetto comune contro lo Stato, i napoletani furono lasciati fuori dai giochi».

La sede della Procura di Reggio Calabria

Tornando al progetto di uccidere quanti più carabinieri fosse possibile, Graviano (Giuseppe, ndr) – dice sempre il collaboratore Spatuzza – mi riferì che i calabresi si erano già mossi, avevano già pianificato delle azioni. Dopo l’attentato fallito a Roma, effettivamente, tra dicembre 1993 e febbraio 1994, a Reggio Calabria si registrano tre episodi delittuosi contro i carabinieri. Tra questi quello col bilancio più pesante: l’omicidio di due militari dell’Arma, Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, avvenuto a Scilla a gennaio del 1994. Alla sbarra, a Reggio Calabria, ci sono il siciliano Giuseppe Graviano e il boss di Melicucco, Rocco Filippone, accusati dal pm Lombardo di essere i mandanti dei tre attentati con cui la ‘Ndrangheta avrebbe partecipato alla stagione di attacco allo Stato.