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Carissimo Presidente Aurelio De Laurentiis,
le scrivo a pochi giorni da una meravigliosa rimonta contro il Milan e all’indomani di un surreale sorteggio di Champions League.
Le scrivo innanzitutto suggerendo al suo straordinario intuito di stare per qualche attimo cheto, impedendole di cestinare virtualmente questa mia che, cominciando con un mellifluo «Carissimo», non può che vivere poi di una qualche qualunque critica. Critica che, per principio, se ho imparato a conoscerla, Lei rifugge come i lombardi, ai tempi del Manzoni, rifuggivano la peste.

Aurelio De Laurentiis a Dimaro

E non mi cestini soprattutto perché chi le scrive è uno dei suoi più fervidi sostenitori della prima e dell’ultima ora. Oddio, chi la stima e la sostiene non è scevro della possibilità di essere querelato, e la querelle recente con l’ottimo, e da me stimatissimo, Umberto Chiariello ne è la prova; ma, pur di avere la sua attenzione, insisto nel dirle che sono strafelice del suo avvento alla presidenza di una Squadra che, al netto dei sette anni dell’avvento di Lui, non ha mai vissuto nella sua storia un periodo di fulgida competitività ad alto livello come quello che stiamo vivendo sotto la sua guida illuminata.

La presentazione di Diego Armando Maradona allo stadio San Paolo

Mai, e sfido chiunque a sostenere il contrario con dati alla mano, il Napoli è stato così competitivo al livello più alto e per tanti anni consecutivi. Vivevo l’infanzia nei racconti mitici di mio padre che mi raccontava dell’anno in cui il Napoli di Vinicio arrivò secondo dietro la Juventus di Zoff e core ‘ngrato Altafini, o di quello del ’68 di Sivori e Altafini e Zoff ( ancora?!…)  secondo dietro il Milan di Rivera. Improvvisi e fugaci raggi di sole a illuminare un mondo azzurro  che da sempre viveva all’ombra di nubi plumbee come neanche il cielo di Londra.

Lo Stadio San Paolo di Napoli visto dalla curva A

Noi… ’o paese d’ ‘o sole… paradosso dei paradossi. Eppure storia. C’è chi la contesta con must che variano dall’abusato «Pappò caccia ’e sold’» all’insopportabile «Amma vencereeee!!!!». Con il primo must la si confonde con  un improbabile emiro kuwaitiano o con un tycoon occidentale; con il secondo si confonde il desiderio con il dovere e non è cosa buona. Il desiderio di vittoria ci appartiene ed il sogno di arrivare primi è talmente forte da essere pareggiato solo dal calore che prende la pancia di noi tifosi e malati azzurri ogni volta che immaginiamo gli abbracci di fine campionato nella nostra città dipinta di azzurro. Il dovere di vincere invece ci allontana da ciò che siamo e soprattutto vogliamo essere  e ci avvicina proprio ai nostri odiati rivali, il cui motto terribilmente recita «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». Etica imperitura vergogna! Chi contesta la sua presidenza incorre in un grosso errore.

Il gol di Kalidou Koulibaly contro i bianconeri

Un errore dovuto alla scarsa conoscenza della nostra storia. Io la stimo e sono felice che sia il mio presidente perché Lei non ha mai millantato, non ha mai promesso cose che poi non ha mantenuto. Prova ne sia proprio l’ultima estate quando in città si favoleggiava di acquisti imminenti (e non mi riferisco solo a Cavani, anzi…) e Lei in periodo di bulimica e sconsigliabile «mediaticitá» (piccola critica piccolissima, ma non mi cestini ancora la prego) continuava chiarissimamente a negare tale eventualità.

L’attore Peppe Miale

Chi si sente tradito in qualche modo da Lei, dovrebbe aver vissuto i tempi dei Gallo, dei Corbelli, dei Naldi e non vado oltre coi nomi. Lei ha sempre parlato di impresa, di fatturati, di possibilità che non consentivano pindarici e pericolosi voli forieri di fallimenti futuri. Lei, con tutti i limiti imposti da un calcio che non consente investimenti che non preludano a dei ricavi importanti, ha tenuto dritta la barra di questa nave  tenendo la rotta non solo vicinissima ma l’anno scorso addirittura con la prua davanti alle corazzate altrui.

Contrappasso bianconero, la protesta contro l’arbitro Oliver

Poi sono arrivati arbitrariamente pirati vestiti di giallo con canottiera bianconera e ci hanno derubato di tutto; ma nel porto, senza i pirati, saremmo arrivati primi. E questo nelle considerazioni di chi la contesta, diventa ingiustamente cosa trascurabile. Io ho una tale fiducia in Lei che, anche laddove auspicherei una gestione migliore da parte sua sulle questioni che attengono ad una società che negli uomini e nelle strutture  sembra rappresentarsi esile, sono certo che Lei abbia una strategia di lungo medio termine con altissima prospetticità. 
Le rivolgo un’unica e sola preghiera, Aurelio: ci ricompatti. Faccia sì che questo popolo azzurro torni ad essere un corpo unico, azzurro come il cielo.
Questo popolo oggi è diviso tra coloro che contestano Lei e coloro che invece la sostengono e che in ogni caso sono dell’avviso che, avendo in tempi non lontani esultato in 80.000 per un gol di Vinazzani contro il Lanerossi Vicenza (e finì indecorosamente 4 a 1 per loro… dolore fisico),  forse è il caso di applaudire furiosamente e a prescindere non solo questa squadra che ha fatto 91 punti,  ma anche l’artefice di tutto questo, cioè Lei.
Ci ricompatti Aurelio, può farlo. Noi tutti la ascoltiamo sempre e con attenzione.
Basta qualche parola giusta che alla sua eloquenza non può e non deve mancare. Lei ha detto che il Napoli è suo, anzi per la precisione ha detto «a casa mia faccio quello che voglio». È giusto, anzi sacrosanto. Ma la casa per essere definita davvero tale ha bisogno di calore, di luce, di fuoco.

Tifosi del Napoli in festa

Noi, di casa sua, Carissimo Presidente Mio, siamo l’acqua, l’elettricità, il gas. Il sole che entra dalle finestre di casa sua, siamo noi. Tutti noi, indistintamente. Ultras e non Ultras, competenti e ignoranti, contestatori e non, ottimisti e pessimisti, tutti. Azzurri. Perché per quanto la stimi infinitamente e la reputi essere il presidente migliore della nostra storia, e la senta infinitamente vicino, non potrà essermi mai più vicino di un qualunque essere umano tifoso del Napoli. Perché lui è mio Fratello.

Con affetto e gratitudine sincera, Peppe Miale

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