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«Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di un mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio… Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri» (Audrey Hepburn)

Cinque settembre 1984. Stadio San Paolo di Napoli. Quinta giornata del girone di qualificazione, prima fase della Coppa Italia 1984/85. Si sfidano Napoli e Fiorentina. Le due squadre sono già qualificate al turno successivo, ma 80.000 tifosi azzurri accorrono sugli spalti in ammirazione di Lui, nell’anno primo del suo Avvento. Diego è straripante. Desidera fortissimamente che tutto l’amore incessante che riceve dal 5 luglio, giorno primo del suo arrivo, trovi un minimo corrispettivo nell’Arte che solo lui é capace di esprimere.

Dipinge calcio. Non credo,
nella mia vita, di aver mai visto
nessuno giocare a pallone
come Diego in quel suo primo
anno napoletano. Divorava il campo

Saltava avversari assatanati che lo picchiavano senza remore. Incurante volava su calcioni ed entrate assassine. Ogni pallone che toccava avrebbe trovato posto in quelle carrellate su youtube che oggi fanno di chiunque un campione. Fece sì che quel Napoli rabberciato e ancora lontano parente di quello che solo due stagioni dopo avrebbe trionfato, vincendo il primo agognato scudetto, arrivasse ottavo.

É probabile che senza di lui avrebbe corso seri pericoli di retrocessione. Si guardava attorno Diego, in quel suo primo anno, e ne vedeva pochi cui poter passare il pallone. Ne vedeva pochi, di compagni, che potessero farlo recedere dal tentare la soluzione personale anche ad oltre settanta metri dalla porta avversaria. Tra i pochi ce ne era però uno. Uno che, con i mitici Moreno Ferrario, Luigi Caffarelli ed il capitano di sempre, il meraviglioso Giuseppe Bruscolotti, lo avrebbe poi seguito e accompagnato fino al trionfo di tre anni dopo.

Quell’uno rispondeva al nome di Salvatore Bagni.
Un guerriero del centrocampo. Ma non solo.
Un uomo che aveva la fama di duro, in campo e fuori

Un carattere spesso definito impossibile. Un mediano dalla tecnica sopraffina, capace anche di violare con successo la porta avversaria, peculiarità figlia del suo passato da ala offensiva. Ricordo che il suo acquisto, in quell’estate, passò inevitabilmente in sesto piano, perché i primi cinque erano occupati dall’arrivo di Diego. E quando il clamore sfumava attorno al pibe, e ci si accorgeva del reclutamento di uno dei più forti giocatori italiani, si tendevano poi ad avere dubbi fortissimi sulla possibile coesistenza dei due nella stessa squadra, e ancor di più nello stesso spogliatoio.

Si pensava che la naturale tendenza da parte di entrambi ad assumere il ruolo di leader indiscusso di un gruppo, sarebbe precipitata presto in una convivenza impossibile. In quel pomeriggio torrido dell’84, il sottoscritto, ancora giovanissimo, abbrustolito nel sole dei Distinti, cercava con gli occhi un segno qualunque, uno scambio di palla, un sorriso, una pacca sulle spalle, che potesse incoraggiarlo a pensare che Diego e Salvatore potessero andare d’accordo.

Ma nulla accadeva. Nelle file della viola giocava un indio argentino dal cuore feroce e dal comportamento in campo non sempre cristallino, se non pericoloso. Daniel Passarella nutriva una naturale antipatia per il suo successore alla guida della nazionale albiceleste, e all’ennesima veronica del pibe che lo superava leggiadro, non poté fare a meno di sgambettarlo con maldestra violenza. E mentre Diego si rotolava dolorante a terra, un uomo distante circa trenta metri dal punto in cui quell’uomo cattivo aveva colpito l’Arte, accorse furente ed affrontò a muso durissimo l’indio che mai nessuno aveva osato sfidare.

Non so cosa gli urlò in faccia.
So che stava difendendo Lui

So che il duro Passarella indietreggiò. So che quell’uomo era Salvatore Bagni. So che Diego lo vide e gli sorrise. So che i due ancora oggi sono amici. So che nel frattempo ci hanno regalato il 10 maggio 1987, una data che nella vita di ognuno di noi rappresenta uno dei giorni più belli della vita. So che Salvatore Bagni, in quel Napoli, rappresentava la mano che tutti cercavano e soprattutto trovavano nel momento del bisogno. So che il Napoli di oggi ha un uomo molto simile a Salvatore Bagni. Il suo nome è Allan Marques Loureiro. Quando la palla è tra i suoi piedi, noi eternamente tesi sappiamo che ha forza nelle gambe e tecnica sopraffina affinché la sfera rimanga di nostra proprietà.

Quando la palla è nella disponibilità avversaria, il nostro stomaco, falcidiato dalla paura, si rasserena perché lo vediamo avventarsi nei cinque metri circostanti l’uomo che incautamente tiene palla.

Sarebbe fantastico se Allan, uomo leale e coraggioso e calciatore monumentale, di Salvatore Bagni acquisisse quella cattiveria agonistica che lo faceva essere leader al pari di Lui. Forse Salvatore Bagni, ogni tanto, e solo e soltanto in campo, era anche un cattivo ragazzo. Forse avremmo necessità che Allan lo diventi, per difendere i tanti bravi ragazzi che popolano la nostra squadra. Chissà… certo ognuno di loro sa che, nel momento di difficoltà, Allan Marques Loureiro non mancherà di accorrere per dargli una mano. Applausi!

Azzurramente, Peppe Miale

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