L’amicizia in montagna si rafforza, si fa intensa, ma s’inasprisce pure l’inimicizia, la rivalità. […] Quassù dove tutto è più difficile i nostri gesti portano più peso, la generosità è stupefacente, l’egoismo è più meschino. Possiamo coprirci quanto ci pare, la montagna ci scopre. Siamo più nudi che a valle (Erri De Luca)

Eugenio Danese, Mario Ferretti e Alberto Giubilo nella redazione di Domenica sport alla Rai di Roma nel 1951 (fonte Wikipedia)

“Un uomo solo al comando”. Così, il 10 giugno del 1949, esordì la voce calda e vibrante di Mario Ferretti annunciando al mondo collegato che Fausto Coppi si era involato da solo sulle rampe dei colli alpini che si stagliavano terribili davanti alle ruote dei corridori in quella decisiva tappa del Giro d’Italia.

Fausto Coppi, l’uomo solo al comando

Quante volte, nei nostri sogni di tifosi azzurri, avremmo desiderio di risvegliarci all’improvviso (“un giorno all’improvviso…”, appunto) con le parole di un qualunque Caressa che urla: “C’è una sola squadra al comando, la sua maglia è bianco-azzurra. Il suo nome è Napoli”. Quanto desidereremmo che tutte le sofferenze i dubbi le paure che probabilmente ci accompagneranno fino al 22 aprile (forse 21, la televisione comanda, ma cambia nulla), il d-day di questo meraviglioso campionato, ci fossero evitate grazie ad un crollo verticale dei nostri rivali che incredibilmente perdono di seguito con Atalanta, Lazio, Udinese, Spal, etc. etc.

Il capitano Marek Hamsik

Invece siamo coscienti di quanto sia fortemente possibile che il duello, quantunque nelle more di qualche scambievole e inevitabile piccolo passo falso, manterrà le caratteristiche che ne fanno uno degli scontri sportivamente più avvincenti di sempre. Le due contendenti non mollano un millimetro e salgono imperterrite verso le più alte vette mai raggiunte in termini di punti. L’aria diventa rarefatta, lo sforzo respiratorio si moltiplica esponenzialmente,  le rivali non reggono il passo tant’è che giacciono sperdute in fondo alla valle, con un inimmaginabile distacco di oltre 15 punti. Il Napoli guarda negli occhi la Juventus e si chiede quale immane peccato abbia commesso nella sua o in una propria precedente vita per non essere da solo al comando, dopo avere ottenuto 66 punti su 75, cioè l’88 per cento dei punti disponibili da agosto a febbraio.

L’attore Peppe Miale

E persino la plurivittoriosa Juventus guarda negli occhi il Napoli e si chiede chi diavolo sia questo manipolo di piccoli eroi che, addirittura gioioso, scala la montagna al suo regale fianco. E la montagna si fa aspra, anche una qualunque Spal o un arrendevole Torino possono rappresentare un tratto scivoloso da attraversare, una rampa inaspettatamente pervasa di pietre taglienti o radici sporgenti. I gesti tecnici diventano pesanti da compiersi correttamente, la generosità cresce più forte sopperendo qua e là, e più dell’egoismo conta la capacità di collaborazione fra tutti gli interpreti dell’impresa. Un metro corso per il compagno in difficoltà diventa fondamentale più di dieci metri corsi per se stessi.  Ma le contendenti sono forti, e lo sono ancora di più perché la rivale è lì, non cede il passo, non tradisce le attese che ne fanno la favorita ineluttabile contro qualunque squadra che non sia l’Altra. Erri De Luca parla di amicizia, e tra Napoli e Juventus non è possibile che ci sia. Ma forse si intensifica e si rafforza la Stima, presente qua e là nelle dichiarazioni del Comandante e persino in quelle dell’acidulo Allegri.

Allegri con il Comandante Sarri

Dichiarazioni contrite pregne di un ‘sottotesto’ celato invero male ma che emerge imperioso nei loro occhi: “Ma che cazzo… hanno vinto pure oggi?”. Ed è qui che le rivali si scoprono nude, eppure orgogliose di un percorso fantastico, forse irripetibile. Noi, che siamo ospiti perché forte è la nostra desuetudine a vivere ad una quota così alta, dobbiamo essere fieri di ciò che stiamo facendo. Anche arrivare secondi è sinonimo di trionfo. Qualcuno tra noi amanti azzurri impreca quando alcuni sodali esprimono tal pensiero, confondendolo con l’incapacità di vincere. Sbagliano enormemente perché l’altezza per cui si lotta è stratosferica, e la rivale pone in essere abitudine al vertice e fatturato infinitamente più poderosi. Eppure lotteremo. Con gioia orgoglio e ferocia.
Sprinteremo come Felice Gimondi contro il cannibale Eddie Merck ai mondiali di ciclismo del 1973, quando la disperazione dell’eterno secondo gli diede la forza per mettere la sua ruota davanti a quella del rivale Impossibile.
Sprinteremo come Silvio Fauner contro Bjorn Daehlie alle Olimpiadi invernali di Lillehammer 1994, quando a Casa Loro (anche se non era il 21 o 22 aprile che sarà…) i piccoli temerari dioscuri del fondo azzurro De Zolt/Albarello/ Vanzetta/Fauner capovolsero il più sicuro dei pronostici mettendo la punta dei propri sci davanti a quelli degli invincibili norvegesi nella staffetta 4×10 km. Sprinteremo con tutto il fiato che avremo in corpo. Sprinteremo con tutta la forza che avremo nelle gambe. Sprinteremo soprattutto con la forza di un’Idea meravigliosa che ci siamo messi in testa e che ci permetterà al cento per cento, oggi ne siamo sicurissimi, di raggiungere la vetta più alta che un uomo possa desiderare di raggiungere: il Proprio Massimo.

Azzurramente, Peppe Miale