martedì, Agosto 16, 2022
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Spalletti: «Sono antipatico? Io mi sposerei. Mertens via non per colpa mia, ma…»

Nella lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, Luciano Spalletti ha rilasciato diverse dichiarazioni in merito al suo rapporto con Napoli e con l’ormai ex bomber azzurro Dries Mertens

di Stefano Esposito

L’allenatore del Napoli si racconta: «Non mi sento un leader, distribuisco contenuti e sono pagato per fare risultati. La squadra? Non parte favorita ma dirà la sua». E su Mertens: «Non dicano che non l’ho voluto». Di seguito tutte le sue dichiarazioni

«Lo so, lo so che dicono tutti che sono antipatico! È questa l’etichetta che mi hanno attribuito e ormai la tengo. Ma poi… perché? Sarà che del mio lavoro non parlo con nessuno, sarà forse per lo sguardo un po’ severo. Ma garantisco che sono una personcina per bene, al punto che mi sposerei!».

Luciano Spalletti, sorride sornione, comincia a raccontarsi così nel ritiro abruzzese del Napoli a Castel Di Sangro, con la consapevolezza autentica dell’allenatore esperto e navigato ma anche con la sicurezza dell’uomo di mondo («qualche città l’ho vista») che del calcio ha fatto la sua principale attività continuando a coltivare le sue passioni: la campagna, il vino autoprodotto in Toscana e quel mondo che si chiama famiglia che si divide tra Milano e il Massachusetts («mio figlio Federico si occupa della comunicazione di una grande azienda americana»). E poi c’è Napoli e il Napoli. E quei punti di contatto che ha trovato e fatto propri, a conferma della trasversalità dell’uomo.

Cosa hanno in comune Spalletti e Napoli?
(Pausa) «Non sembri strano, ma è la natura a unire me e Napoli. Gli odori, i sapori anche. Ecco, sono sensazioni anche difficili a spiegare. Emozioni e sentimenti: la città mi sta conquistando così, mi riporta alle mie origini. Mi piacerebbe se diventasse più brava ad interpretarci: la passione per il calcio è viscerale, unica. Ma ci sono momenti e momenti e non è che se si fa un campionato ad alti livelli, rompendo anche il clima di depressione che ho trovato quando sono arrivato, poi se non vinci lo scudetto non hai fatto nulla, anzi per qualcuno hai fallito. Sono stato il primo a coltivare l’ambizione di vincere, ho alzato l’asticella nel mio spogliatoio per accrescere l’autostima dei calciatori. Siamo riusciti a fare grandi cose, con quasi mezza squadra con il contratto a scadenza. Ragazzi che ringrazio per la professionalità dimostrata fino all’ultimo minuto. Bravi veramente».

Tolto il sassolino dalla scarpa, adesso?
«Non è un sasso, ma un pensiero lucido. Reale, è accaduto. Adesso punto e a capo. Senza confronti con lo scorso anno. Si è chiuso un ciclo importante, con giocatori che hanno fatto la storia e apriamo insieme un’altra pagina. Il nuovo Napoli vira nella direzione dei giovani forti, nel ridimensionamento degli ingaggi e nella filosofia della sostenibilità. Attorno a noi avverto scetticismo, mi dispiace. Perché ce la stiamo mettendo tutta per farci trovare pronti. Grazie a un mercato che, entro certi confini, sia funzionale alle nostre esigenze.

Dybala non è arrivato, sento dire qua e là. Il tentativo è stato fatto dalla mia società, poi devi fermarti quando ci sono gli steccati. Questo non ci deve far sentire da meno. Tutte le squadre di vertice, e oltre alle milanesi e alla Juventus si sono aggiunte anche Roma e Fiorentina, si sono rinforzate in maniera significativa. Noi facciamo il nostro percorso sapendo che questo sarà un campionato anomalo e dunque strano per tutti. Le partite si giocano in campo non fuori. Vediamo, intanto il mercato è ancora lungo».

Perché è così cauto?
«Stiamo lavorando su un terreno già molto fertile: Kim, Kvaratskhelia si sono messi a disposizione e mi sembrano ricettivi. Lo sono tutti, anche i reduci dello scorso anno. Resta da vedere, strada facendo, quanto saranno stati bravi a recepire i contenuti che io e il mio staff proviamo a mettere in campo. Poi, non è mica finita qui».

Di mercato non parla quasi mai. Ma se le dico Giacomo Raspadori?
«Le rispondo che non è un mio giocatore, che è un ragazzo che avrebbe tutte le caratteristiche per darci una mano. Giovane, forte, versatile in tutti i ruoli dell’attacco, intelligente e soprattutto educato. Ha personalità, e noi ne abbiamo persa un po’ nel passaggio da un ciclo all’altro. Vediamo, con lui saremmo nella giusta direzione. Sarebbe il sostituto naturale di Mertens».

A quel punto perché non è rimasto il belga così amato dai napoletani?
«Chiariamo: non sono stato io, non è stato il club a non volerlo con noi. Mertens avrebbe potuto darci una grande mano. Ma la società gli ha fatto una proposta e lui non ha accettato. Mi tengo fuori da queste dinamiche, ed è giusto così».

Che tipo di rapporto ha con De Laurentiis?
«Diretto, frontale. E dunque vero. Per incontrarci a volte sono necessari compromessi caratteriali: a volte abbozzo io, altro volte lo fa lui. Siamo due persone forti».

Torno in qualche modo a Raspadori: giovani forti come lui hanno scelto di lasciare l’Italia. Una fuga per soldi o cos’altro, secondo lei?
«I giovani devono poter crescere, trovare club che siano in grado di favorire la maturità. Poi, certo, i soldi, possono essere una variabile. Rispetto le loro scelte, ci mancherebbe. Le esperienze all’estero arricchiscono sempre. Ma se penso a Raspadori, mi fa piacere che abbia invece deciso di non lasciare l’Italia. Qui da noi si cresce….. E non è un invito, ma una considerazione che prescinde dal mercato».

Di ragazzi forti ne ha allenati tanti, una classifica?
«Sì parecchi, ma li dico in ordine sparso». Un’altra pausa. «Da Nestor Sensini a Pizarro, giocatore con grande intelligenza di gioco. Il mio Koulibaly, come non inserirlo. E allo Zenit il brasiliano Hulk, forza e potenza devastanti».

Dimentica Totti?
«Ma lui ci entra di diritto tra i fortissimi».

Non vive un bel momento privato, se l’aspettava che divorziasse da Ilary Blasi?
«Sinceramente no, e mi dispiace veramente. La famiglia è importante nella vita di ogni uomo, la sua mi è sembra apparsa solida. Una base importante per Francesco e Ilary. Ma la vita riserva anche questo, è un peccato».

Milan, Inter, Juventus e le altre. Il Napoli dove si colloca?
«Tra queste, siamo pagati per produrre risultati. E ci proveremo. Non esiste una squadra forte sulla carta, le squadre sono tante cose insieme. Noi dobbiamo essere bravi a sopperire a qualche limite con la personalità e il gioco».

È lei il leader?
«Sono i giocatori che devono esserlo. Osimhen è uno che può diventarlo. Ci punto».

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