Il padrino della Nco, Raffaele Cutolo

di Giancarlo Tommasone

Due santi, sia il padre che il figlio. «Padre Pio» della mafia, così i «cristiani», come si chiamano tra loro gli affiliati a Cosa nostra, si riferiscono a don Ciccio e Matteo Messina Denaro.

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Francesco Messina Denaro

Il primo è il capomafia di Castelvetrano – provincia di Trapani – deceduto nel 1998, il secondo è la primula rossa, il latitante più pericoloso d’Italia e tra i più pericolosi al mondo. Il capo della cupola.

Uno degli ultimi identikit di Matteo Messina Denaro

«Sono come due santi, come Padre Pio», si evince appunto dalle conversazioni intercettate nell’ambito dell’inchiesta che appena ieri ha portato in carcere una ventina di soggetti, tra boss, fiancheggiatori e parenti del don. Già dall’uso del trattamento anteposto al nome degli uomini d’onore, si evince come la dimensione mistica sia una componente fondamentale (anche se del tutto stravolta) delle maggiori organizzazioni criminali italiane.

Perché «don» altro non è che l’abbreviazione della parola «donno», che deriva appunto dal termine latino «dominus». Che è tradotto anche con padrone e signore come i fedeli lo intendono, vale a dire Dio.

Sono diversi i soprannomi mistici che si «concedono» ai capi di mafia, ‘Ndrangheta e camorra e spesso stanno a significare la devozione assoluta, una forma di fede e di rispetto incrollabili verso il boss, l’uomo dal carisma criminale che diventa «divinità» (dall’aura nera) agli occhi dei componenti della setta che lo venera.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo nel corso di un’udienza in tribunale

Matteo Messina Denaro dai suoi fedelissimi è chiamato anche «l’olio» (quello di cui si nutrono le lampade votive accese al santo protettore) o «la testa dell’acqua», nel senso di fonte. Uno dei boss più idolatrati è stato sicuramente Raffaele Cutolo, anche detto il Vangelo, il Messia, lo Spirito Santo. I suoi apostoli, componenti di una cerchia strettissima, erano stati insigniti del titolo di santista.

Paolo Di Lauro, il boss di Secondigliano e Scampia

Rimanendo nell’ambito della camorra vogliamo ricordare come veniva chiamato pure Paolo Di Lauro, oltre che Ciruzzo ‘o milionario. I suoi affiliati, quelli a lui più vicini, quelli della «Chiesa», usavano nominarlo sottovoce e, soltanto quando erano tra loro, il «Papa». Lo stesso alias col quale è conosciuto Michele Greco, il mafioso della località palermitana Ciaculli, deceduto nel 2008.

Michele Zagaria, boss del clan dei Casalesi

Soprannomi dalla matrice religiosa hanno pure Michele Zagaria, detto il monaco oltre che «capa storta» e Ciro Mariano, ‘o picuozzo, che in italiano si traduce con bigotto o mezzo prete.

Concludiamo con la ‘Ndrangheta, organizzazione dalla profonda connotazione mistica, tanto che il santuario della Madonna di Polsi a San Luca rappresenta per i capi dei locali il tempio dove tutto è stato consacrato. Ed è nata l’onorata società calabrese. Il boss reggino Pasquale Condello è detto il Supremo, con evidenti riferimenti all’Altissimo.

Ciro Mariano
Il boss Ciro Mariano

Mentre il defunto padrino Antonio Pelle, di San Luca, in occasione di riunioni a cui partecipavano solo uomini d’onore di rango, si doveva chiamare il Patriarca.
E questo senza considerare che la Cupola della ‘Ndrangheta, di cui parlano diversi collaboratori di giustizia, viene appunto chiamata la «Santa».

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